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Maternità e lavoro: l'Italia è fatta per la maternità?

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28 febbraio 20205 min di lettura

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Maternità e lavoro: l'Italia è fatta per la maternità?

Il numero delle neomamme in Europa è in crescita, salvo l’Italia che occupa il penultimo posto seguita solo dalla Grecia, con una media di anni al parto di 31,7 contro quella europea di 30,5.

Sorge una domanda – retorica – l’Italia è fatta per la maternità? Le donne quando diventano madri, nel nostro paese, si trovano ad essere delle equilibriste che si destreggiano tra gli impegni lavorativi e quelli famigliari. L’inevitabile conseguenza è la rinuncia di molte donne alla carriera professionale. Più di 4 donne su 10 tra i 25 e i 49 anni, madri di minorenni, non hanno un lavoro. Mentre più del 40% delle madri con almeno un figlio, predilige il part-time, spesso unica alternativa per le madri lavoratrici. Se da una parte garantisce la possibilità di prendersi cura dei figli, dall’altra limita la crescita professionale relegando spesso le donne a ruoli marginali o più bassi rispetto agli uomini. In Italia, più di una donna su 3 (34,6%) ne usufruisce, contro una media Ue del 30%. Tutto ciò a causa dell’enorme difficoltà di conciliare vita privata e impegni professionali a cui si aggiunge una lenta crescita professionale e quindi salariale ed una scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia. Inoltre, molte donne, sono chiamate a sostituirsi ad un welfare carente e sono tenute ad occuparsi di genitori anziani e di figli piccoli in un’età sempre più adulta. Si stima che siano circa 8 milioni – dati di Save the children – le madri tra i 25 e i 64 anni che convivono con figli under 15 o tra i 16 e i 25 anni ancora economicamente dipendenti.  

Nell’UE il tasso di maternità aumenta perché, soprattutto nei Paesi del Nord Europa, il sistema welfare prende ampiamente in considerazione il sostegno alle famiglie, dando supporti pratici ed economici.

Negli Stati del Sud Europa, le politiche familiari, raccontano altro: la famiglia, pur restando il fulcro della società, è vissuta come un affare privato, cosa che riflette la reticenza delle politiche che preferiscono non intervenire in quelli che sono considerati affari interni. In sostanza abbiamo politiche rivolte alla famiglia che tradiscono un forte ritardo e culturalmente questo è considerato quasi normale perché in Paesi come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo esiste una rete di sicurezza familiare cui si demanda una parte del welfare pro family; l’esempio più immediato sono i nonni che si trasformano in asili nido, scuole materne, babysitter ed è grazie a loro che le mamme possono tornare al lavoro dopo la maternità.  Bisogna inoltre sottolineare la differenza che intercorre tra le regioni: nord con madri lavoratrici e sud dove il livello occupazionale è basso anche perché, laddove si avesse una occupazione, questa sarebbe a nero e le spese per accudire un figlio indirettamente sarebbero pari o persino più alte rispetto a quanto si guadagna. Al sud mancano, anche a causa di strategie nazionali di ripartizione del denaro, strutture adeguate e così il carico grava principalmente sulle madri.  

Eppure il problema non si attanaglia in una mancanza legislativa perché la normativa vigente offre alle neomamme lavoratrici dipendenti e, più in generale, per i neogenitori validi strumenti.  

Viene innanzitutto preso in considerazione il tema della sicurezza e della salute: le tutele si applicano in caso di lavori pericolosi e di fatica, ma anche per orari di lavoro notturni. L’attuazione delle tutele avviene tramite la modifica delle mansioni ed eventuale spostamento. Le nostre normative prevedono il congedo di maternità con relativa indennità giornaliera pari all’80% e l’inosservanza di queste tutele da parte del datore è punibile con l’arresto fino a 6 mesi. È riconosciuto inoltre il cosiddetto Congedo parentale, ossia l’astensione facoltativa dei genitori per un periodo di massimo 10 mesi nei primi 12 anni di vita del bambino. Può essere richiesto dalla madre e dal padre lavoratore per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi. Per le mamme lavoratrici dipendenti sono previsti dei periodi di riposo per l’allattamento e in caso di handicap gravi del proprio figlio ed infine, il Congedo per malattia del figlio: i genitori (alternativamente) hanno diritto ad astenersi dal lavoro per tutta la durata della malattia del figlio fino ai suoi 3 anni. Dai 3 agli 8 anni del figlio l’astensione è di massimo 5 giorni l’anno. Il congedo per malattia del figlio non è retribuito. 

Quindi, si può pensare che il problema si radichi maggiormente a livello culturale come palesano le varie problematiche che le donne in attesa hanno nei posti di lavoro.  

Save The Children, l’organizzazione nata per tutelare i bambini, sottolinea la necessità di un Piano Nazionale di sostegno alla genitorialità con misure a supporto del percorso di nascita e dei primi mille giorni di vita del bimbo; il tutto volto a garantire anche una tutela e un supporto maggiore ai genitori affinché possano vivere al meglio ed organizzare il lieto evento. 

È dunque fondamentale una misura universale di sostegno al costo dei figli, di reddito minimo in grado di tutelare il cittadino dai rischi sociali, e che sia di supporto non solo alle fasce più deboli ma anche a quelle a rischio di povertà e di esclusione sociale. Allo stesso modo la disponibilità di servizi di cura dell’infanzia, che aiutano in modo sostanziale la conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa, consentendo il rientro a lavoro della donna e quindi riducendo la penalizzazione del lavoro della madre. 

di Salvatore Sardella

Tags
  • #lavoro
  • #maternità
  • #tutela
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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