
Giornalista, tifoso del Napoli, Maradoniano. Carlo Alvino ci tiene a precisarlo: lo fa nella biografia del suo profilo Twitter, come per mettere subito le cose in chiaro. Napoletano doc, la sua voce e il suo volto accompagnano le vicende degli azzurri dai tempi di Diego. Ma Carlo, aldilà della sua fede calcistica sempre difesa e ribadita, ha una storia professionale di rilievo. In questa intervista rivela ricordi del passato, analisi del presente, riflessioni sul futuro.
«Fin da bambino ho sognato di fare quello che faccio per questo mi reputo fortunato. Ho sempre voluto fare il giornalista, ma venivo ostacolato da tutti: famiglia, professori, da quelli a cui ho bussato le prime volte. La perseveranza e la testardaggine positiva alla fine pagano: quella era la mia strada. Parallelamente allo studio tentavo le mie prime esperienze e, ad oggi, questo lavoro mi regala tante soddisfazioni».
«Credo che il giornalista debba esserlo sempre e a trecentosessanta gradi. L’etichetta di operatore dell’informazione settoriale non mi ha mai convinto. Se poi si è bravi nel coltivare la propria passione ben venga; ho scritto di cronaca, di politica, prima di sport. È utile sapersi districare in più campi, si comincia ad osservare la realtà da prospettive diverse».
«Dal 1984. Mi mandarono a Barcellona per capire se il Napoli prendeva Maradona, da quell’operazione è nata la mia carriera. Mi trovai in Spagna senza esperienza e senza conoscere i colleghi, all’epoca c’era molto nonnismo, per l’ultimo arrivato non era semplice. Bisognava sapersi porre nei confronti dei giornalisti più anziani, l’educazione mi ha aiutato».
«Per sette anni ho seguito e inseguito Maradona. Gli episodi sono tanti, ma del calciatore tutti sanno: dentro di me porto i ricordi del Diego uomo. Con lui avevo un ottimo rapporto, costruito sulla base di una fiducia reciproca, guadagnata con il rispetto dei ruoli e che non andava tradita. Una volta mi invitò a casa sua, pensai per un’intervista, ma scoprii che il motivo era un altro: aveva letto di bambini ricoverati per un virus particolare e voleva aiutarli, senza pubblicità, senza che la notizia passasse per la stampa. Per questo serviva il mio aiuto per organizzare l’incontro all’ospedale.
Quando Maradona entrò nel reparto e svelò la sua identità provai una delle emozioni più belle della mia vita: c’era luce negli occhi di quei ragazzini. Non feci uno scatto per volere di Diego, ma è una scena che ancora oggi ho nella mente».
«Ha incarnato al meglio la mentalità del napoletano in un momento difficile per la città. Un Diego oggi no, come non esiste in campo, uno come lui non c’è nemmeno fuori dal prato verde. Basti pensare a quando per aggettivare qualcosa di top si usa dire alla Maradona».

«La prima volta è indimenticabile. Il primo scudetto è un unicum, quello resterà per sempre. Erano anche altri tempi quando il calcio veniva vissuto in maniera diversa. Oggi diventerebbe una festa televisiva, qualcuno invece di partecipare in piazza potrebbe pensare di guardare la diretta per non perdersi nulla».
«Il calcio si è votato al dio denaro, tutto è in funzione del business. Se la passione continuerà ad essere mortificata, è destinato a morire. La voglia di far vincere il proprio campanile è linfa vitale. Il calcio si autoalimenta con la passione che si tramanda tra le generazioni. Perché un bambino tifa Napoli? I nonni trasmettono i valori identitari e di rappresentanza del tifo territoriale. Altrimenti si tiferebbe solo per chi vince. È vero che c’è stato un cambio d’epoca, non c’è più quell’attenzione sui novanta minuti. Ai miei tempi senza la tv, si era con la testa sulla radio senza staccarsi un attimo. Oggi capita di fare altre cose durante la partita. O si riaccende la passione oppure il calcio diventa sport di nicchia».
«Il mister è un abile psicologo. Aldilà della bravura come tecnico, il suo primo grande lavoro a Napoli è stato entrare nella testa dei calciatori. Quest’anno la rosa è competitiva per l’obiettivo Champions League. Per lo scudetto credo ci siano due squadre meglio attrezzate come vastità di rosa, Inter e Juventus. Il Napoli dovrà essere bravo a restare in cima a marzo per poi sperare in un po’ di fortuna. C’è anche il problema infortuni che hanno privato la squadra della sua ossatura. Senza i top diventa complicato anche stare sul pezzo».
«Dries è entrato nel mood della città. Che sia un grande calciatore lo testimoniano i numeri, ma è anche un uomo intelligente e umile quando sottolinea come il record di gol con la maglia azzurra sia una cosa e Maradona, la storia di Napoli, un’altra. Spero resti a lungo e che una volta appesi gli scarpini al chiodo diventi una figura che possa rappresentare il club a livello internazionale. Il goleador principe della storia del Napoli come ambasciatore, magari con una carica onorifica, così riceve anche un regalo: continuare a vivere all’ombra del Vesuvio».
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