
Cinquantanovenne calabrese, sposato e padre di due figlie, Michele di professione fa il Giornalista, con la G maiuscola. Comincia negli anni ’80 come cronista di nera. Vive nella Piana di Gioia Tauro, una terra che conosce come le sue tasche, che ama, rispetta e racconta. I suoi lavori non sono passati inosservati a chi in quei luoghi ha piantato le radici di un’organizzazione criminale tra le più potenti al mondo: la ‘ndrangheta.
Dal 17 luglio 2014, Michele è scortato da due poliziotti che vigilano sulla sua sicurezza, secondo le indagini delle forze dell’ordine la ‘ndrangheta avrebbe avuto un piano per ucciderlo. Consigliere nazionale Fnsi, presidente del Gruppo Cronisti del Sindacato Giornalisti della Calabria, redattore per il Quotidiano del Sud e corrispondente Ansa, oggi la penna di Albanese è una baionetta ancora carica e il suo coraggio fa da eco alle sue parole quando racconta di come sia cambiata inevitabilmente la sua vita.
«L’uomo non può prescindere dalla libertà, nemmeno il giornalista. In queste terre, questo mestiere viene screditato, vieni visto come uno da tenere lontano. Con la scorta perdi i rapporti umani e dunque per il mio lavoro, anche i rapporti con le fonti. Io continuo a sentirmi libero, la libertà è nella tua testa. Sei libero se non ti pieghi a compromessi, se non abbassi la testa. Le mafie sono il primo impedimento per lo sviluppo del Paese, continuare a denunciarlo per me è libertà».
«Oggi la ‘ndrangheta è una mafia liquida, che si mimetizza. Cresce con i soldi che ricava dal business della cocaina e ricicla denaro sporco in continuazione. Si inserisce con prepotenza nella vita economica, sociale e politica del Paese. Ha saputo mutare, cambiare pelle, ed è ancora sottovalutata.
Quello che cinquanta anni fa era visibile a tutti, il mafioso con la coppola e la lupara, oggi è un uomo d’affari che appare pulito ma che svolge attività illegali senza scrupoli sotto la luce del sole».
«Garanzia della pena. Certi processi finiscono male, i criminali vengono arrestati, poi assolti e per la società significa che nulla è cambiato. Senza la mafia queste terre potrebbero garantire grande occupazione. Invece oggi, come ieri, il politico cerca il mafioso per farlo diventare politico e il destino del sud ma non solo, è già segnato. Non lo dico io, ma le inchieste: oggi la ‘ndrangheta è presente in Australia, in Canada, in Sud America e negli Stati Uniti. Chi vuole cocaina nel mondo si rivolge alla ‘ndrangheta che ha saputo stabilire rapporti solidi con i narcos. Sono interlocutori fiduciari, la parola di uno ‹ndranghetista vale più di quella di un banchiere».
«Ci sono stati periodi di 6 morti al giorno. Una violenza che non ha guardato in faccia a nessuno. Oggi però non si spara più, si fa business. La svolta c’è stata agli inizi degli anni ’70, quando la nuova ‘ndrangheta ha avuto la possibilità di entrare nelle logge massoniche e quindi in contatto con un mondo prima a loro sconosciuto: imprenditori, politici e pezzi dello stato. Col tempo è diventata quella che io chiamo ‘ndrangheta 3.0».
«Convincere un figlio di un boss a non seguire le orme del padre è un’operazione eroica. A questi ragazzi vanno offerte possibilità culturali, perché è forte il “richiamo della foresta”. Ai ragazzi dico: credeteci, mettetevi in gioco, studiate, capite. Qui si vive piegando la testa con atteggiamento servile, ma se non proviamo noi a cercare la verità e a difendere i nostri luoghi nessuno lo farà. La ‘ndrangheta sviluppa una mentalità, bisogna combatterla con coraggio».
«Coltiva il sogno, fallo con libertà culturale senza condizionamenti. Il giornalista deve continuare a fare il giornalista, questo significa difendere la democrazia di questo Paese. Battetevi sempre per la verità».
di Pasquale Di Sauro
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
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