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Migrazioni e Cambiamenti Climatici: qual è il nesso?

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3 gennaio 20204 min di lettura

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Migrazioni e Cambiamenti Climatici: qual è il nesso?

Indice (1)

  • 1 Le analisi quantitative e qualitative mostrano che non esistono modelli migratori universali relativi ai cambiamenti climatici.

Il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha osservato che il maggiore impatto dei cambiamenti climatici potrebbe essere sulla migrazione umana.

Secondo la tesi più accreditata, entro il 2050 si raggiungeranno circa 200 milioni di rifugiati ambientali (una persona ogni 45 nel mondo) a causa di siccità, desertificazione, deficit di risorse e disastri naturali. Si è parlato della “più grande sfida dei nostri tempi”. Tuttavia, pur essendo strepitante, questa previsione non ha nulla di certo. Con l’aiuto degli studi realizzati da esperti demografi e geografi cercheremo di capirne il perché.

Innanzitutto, stabilire l’esistenza di un legame diretto tra cambiamenti climatici e migrazioni è estremamente complesso, dato che bisogna prendere in considerazione l’interazione di aspetti di natura economica, sociale e politica. Spesso, i cambiamenti climatici vanno ad amplificare condizioni preesistenti di vulnerabilità socioeconomica, aumentando la povertà e riducendo la capacità di adattarsi. Le principali vittime sono infatti le comunità del Sud del mondo. L’attenzione dei media (ma anche degli esperti) si è concentrata prevalentemente sull’Africa, per l’allarmante legame tra elevato numero di paesi a rischio “estremo” ed elevato tasso di crescita della popolazione.

Immagine articolo

Le analisi quantitative e qualitative mostrano che non esistono modelli migratori universali relativi ai cambiamenti climatici.

L’incidenza di questi sulle migrazioni varia in base ai seguenti fattori di contesto: distribuzione del territorio, accesso alle terre coltivabili, qualità e manutenzione del sistema di irrigazione, politiche e riforme agricole, costi della migrazione. Oltre a indicatori come l’età, il genere, la situazione economica e l’istruzione dei singoli. I giovani hanno una maggiore probabilità di migrare in risposta alla pressione ambientale; gli uomini più che le donne. Gli effetti sono maggiori nelle zone rurali e nelle famiglie, più povere e meno istruite, che fanno affidamento sulle risorse naturali per la loro sussistenza.

Nonostante siano i soggetti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, la loro vulnerabilità socioeconomica li rende incapaci di spostarsi e li lascia “intrappolati” nelle loro condizioni. Invece, le famiglie più ricche e istruite hanno una maggiore capacità di scegliere la migrazione come soluzione, ma anche più risorse su cui contare per l’adattamento. Infatti, come ben sappiamo, la migrazione richiede l’accesso a denaro, reti familiari e contatti nel paese di destinazione. Per questo, soprattutto se si tratta di processi climatici graduali (siccità, desertificazione, deficit delle risorse) piuttosto che improvvise tempeste e alluvioni, gli individui preferiscono restare nel loro paese e cercare di adattarsi al cambiamento, invece di optare per l’opzione più incerta e costosa.

Altra distinzione importante da fare è quella tra migrazione interna e internazionale. Spesso nella lettura dei documenti statistici sugli spostamenti dovuti ai cambiamenti climatici, si tende a tralasciare questa differenza diffondendo allarmismi che parlano, ancora una volta, di invasione dell’Europa. In realtà, gli shock ambientali riducono la migrazione internazionale (più costosa) e possono invece aumentare quella interna a breve termine, andando ad esasperare situazioni già difficili di scarsità di risorse che possono sfociare in nuovi conflitti.

Secondo la “Relazione sulla Green Economy”, negli ultimi due decenni, la maggior parte delle migrazioni, riconducibili ai cambiamenti climatici, si sono verificate nei paesi in via di sviluppo; il 97% per cento degli sfollati causati dagli eventi estremi si è verificato nei Paesi a reddito medio-basso.

In conclusione, sebbene si prevede che l’Africa continuerà a subire i maggiori impatti dei cambiamenti climatici, gli studi suggeriscono che la narrativa comune della migrazione di massa verso l’Europa non è poi tanto valida. Questo perché la migrazione è un fenomeno complesso, frutto dell’interazione di tantissimi fattori, oltre che un processo costoso. È vero che i cambiamenti climatici provocheranno il peggioramento delle condizioni economiche e aggraveranno instabilità e insicurezza, ma maggiore povertà significa anche minori risorse sufficienti alla mobilità. E l’immagine semplicistica del contadino africano costretto a trasferirsi in un paese ricco non è tipica.

Al contrario, molto probabilmente e purtroppo, l’onere di provvedere ai migranti climatici sarà a carico dei paesi più poveri, quelli che meno hanno contribuito al degrado del Pianeta.

 

di Giorgia Scognamiglio 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

Tags
  • #Cambiamento climatico
  • #Clima
  • #ipcc
  • #migrazione
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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