
I garanti dei detenuti della Regione Campania , Samuele Ciambriello, e il Garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Caserta, Don Salvatore Saggiomo, sono stati oggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per cercare di ricostruire quanto accaduto al detenuto Sylla Mamadou Khadialy.
Fermato il 25 settembre 2025 per presunte violazione penali, si trovava al momento dell’arresto in uno stato di evidente agitazione psicomotoria. Dopo il fermo, il giovane è stato trasferito al pronto soccorso dell’ospedale di Caserta dove, secondo alcune dichiarazioni, sarebbe stata somministrata una terapia farmacologica, potenzialmente un sedativo lo stesso giorno del trasferimento al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il detenuto è morto e l’accusa della famiglia è che gli sono stati somministrati farmaci a breve distanza. “È emerso che al momento dell’ingresso in carcere Sylla Mamadou presentava uno stato di dissociazione dalla realtà, manifestando una forte agitazione e atteggiamenti aggressivi verso chiunque si avvicinasse – spiega il garante Saggiomo – Per motivi di sicurezza è stato posto in isolamento nella cella di matricola, ma ogni tentativo di tentare da parte del personale sanitario o penitenziario è stato respinto con violenza.
Si è tentato anche un approccio mediato da un altro detenuto, ma anche questa iniziativa è risultata infruttuosa a causa dell’eccessiva agitazione del giovane”. “Secondo il medico psichiatra dell’istituto, le condizioni di Mamadou erano tali da rendere inefficace una sedazione immediata in carcere, e sarebbe stato necessario un trasferimento in una struttura ospedaliera specializzata in emergenze psichiatriche acute. È stato quindi richiesto l’intervento del 118, ma la procedura di Trattamento Sanitario Obbligatorio non è stata attuata. Il personale sanitario ha somministrato farmaci, ma il medico penitenziario non è stato informato né sulla tipologia né sul dosaggio, e rimane poco chiaro come il detenuto sia stato dimesso dall’ospedale, nonostante fosse ancora in stato di alterazione e aggressività – concludono – durante il periodo di ricovero, durato circa otto ore, non risultano documentati con chiarezza le modalità di monitoraggio ei trattamenti effettuati”.

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