
L’antica chiesa di San Giuseppe Maggiore era una chiesa monumentale di Napoli, situata all’incrocio tra le attuali via Medina, via Monteoliveto e via Armando Diaz, quest’ultima denominata anticamente via San Giuseppe. Un luogo di culto importante, che dava il nome all’omonimo quartiere, che ancora oggi porta il nome del santo falegname, compatrono della città dal 1689. Durante il ventennio fascista, per ridisegnare la geografia urbanistica del Rione Carità, la chiesa di San Giuseppe, di epoca rinascimentale, fu demolita. Il titolo fu trasferito in un’altra chiesa a pochi passi, quella di San Diego all’Ospedaletto, che assunse la denominazione di San Giuseppe Maggiore in San Diego all’Ospedaletto. Ancora oggi, a tutti è nota come la chiesa di San Giuseppe.
Qui, fino agli anni settanta del secolo scorso, si teneva la notissima “Fiera di San Giuseppe” che richiamava gente da tutta la città e dava inizio alla primavera: dopo aver compiuto i doveri religiosi, i napoletani mangiavano le zeppole, rigorosamente fritte, vendute per strada. Di qui l’appellativo di “San Giuseppe patrono dei friggitori”.
I genitori regalavano ai bambini giocattoli di legno e uccelli, che con il loro cinguettio riempivano via Medina. L’attuale chiesa di San Giuseppe Maggiore, anch’essa di epoca rinascimentale, fu costruita dai prìncipi albanesi Castriota, e successivamente donata ai francescani che nel 1595 la munirono dell’annesso convento con il relativo chiostro, dove curavano gli ammalati. Con la soppressione degli ordini religiosi i frati furono espulsi e l’intero complesso finì in mani pubbliche: attualmente è occupato dalla Polizia di Stato.
Essa, ornata da una facciata importante con elementi di piperno, è a struttura basilicale e conserva al suo interno opere pregevoli sopravvissute al terremoto del 1784 e poi ai bombardamenti della seconda guerra mondiale: lavori di Battistello Caracciolo, Andrea Vaccaro e Massimo Stanzione, tutti di scuola caravaggesca, insieme a sculture di Giacomo Colombo su disegno di Francesco Solimena.

I problemi iniziarono con la caduta di piccole parti di intonaco sull’ingresso della navata di sinistra. Nulla di importante, direi fisiologico per un edificio che affronta lo scorrere dei secoli. Il comune, allertato del piccolo cedimento, disse immediatamente di non avere soldi per ripristinare lo stato dei luoghi e, dichiarando la chiesa inagibile, ne determinò la chiusura totale. Aspettammo qualche altro anno, nella speranza che arrivasse una notizia confortante ma, di fronte al silenzio del comune, decidemmo di sospendere anche l’energia elettrica. Un vero peccato perché era facile riparare un piccolo danno che, stante l’incuria, ha condotto alla situazione attuale».

«Si, totalmente abbandonata. Stringe il cuore vedere tantissimi turisti fermarsi a leggere la storia del sito esposta all’esterno della chiesa e scattare foto senza poter entrare. Via Medina è una delle arterie principali di Napoli, dove anche i crocieristi transitano per raggiungere il centro antico. E la chiesa di San Giuseppe è in buona compagnia di un’altra chiesa chiusa, anch’essa di proprietà del comune: la chiesa di Santa Maria Incoronata, gioiello medievale, spesso ricettacolo di rifiuti».
«La chiesa ha subito un danno molto serio al tetto che, nella parte sovrastante l’abside, non ha più le tegole. Si è creato un varco di ingresso che ha consentito agli uccelli, soprattutto piccioni, di nidificare nell’aula liturgica e di imbrattare di guano il bellissimo coro ligneo dell’abside e i marmi che ne vengono irrimediabilmente danneggiati. L’acqua piovana fa la sua parte, inondando l’altare durante la pioggia».
«Consapevoli che la chiesa rischia di crollare, abbiamo di nuovo allertato gli organi competenti. Alle nostre istanze è seguito un sopralluogo dei tecnici che hanno costatato la gravità della situazione. Speriamo si ponga mano quanto prima perché uno scrigno di arte, tanto caro a tutta la città anche per motivazioni di natura religiosa, rischia di finire inesorabilmente perso. E di questo saremmo gravemente responsabili di fronte alle future generazioni. Mi lasci concludere dicendo che a volte penso che non meritiamo tanta bellezza, se non siamo capaci di coltivarla e preservarla. Rimango comunque fiducioso e convinto, insieme aI principe Miškin dell’Idiota di Dostoevskij, che la bellezza è capace di salvare il mondo e, mi permetto di aggiungere, anche l’uomo».
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