
Fino al 6 febbraio, la galleria di arte contemporanea Shazar Gallery a Napoli ospiterà le opere di Saghar Daeiri, una giovane artista iraniana di base ad Istanbul, cui è dedicata per la prima volta una personale in Italia. La mostra, a cura di Marina Guida, è intitolata Entropy #8 poiché è proprio questo concetto, applicato al contesto sociale, a guidare il racconto dell’artista. Affiancata dall’otto, il numero dell’infinito, l’entropia è intesa qui come continua trasformazione del sistema-mondo: Daeiri tende a rivelare il caos vissuto nella contemporaneità, che viene mostrata attraverso l’uso di colori estremamente intensi, scenari vorticosi e personaggi spesso caricaturali.
Gli abitanti di queste opere sono grotteschi proprio come il contesto che li circonda, che è solo apparentemente ordinario, celando invece una sensazione di frenesia e alienazione. L’opera che presta il nome alla mostra, Entropy #8 (2021), riassume in sé lo sguardo critico dell’artista, che si serve di figure umane atteggiate in pose bizzarre, in fila verso il vuoto, per rappresentare la fallacia degli attuali modelli di riferimento.
Le immagini di vuoto e vortice ritornano spesso, particolarmente in Lost (2020), che sfida l’osservatore a decodificare questo groviglio di forme e colori e a rintracciare in essi dei particolari significativi. La composizione vorticosa del dipinto rende lo smarrimento, rappresentato e percepito da chi guarda, il vero protagonista.

Giuseppe Compare, il fondatore di Shazar Gallery, illustra l’istallazione più accattivante presente alla mostra, Animus Manendi (2021), che si distingue dalle altre per le evidenti influenze della cultura persiana sull’artista. «Ci sono rose in otto segmenti di specchio, che riprendono la simbologia dell’otto, e la rosa nella cultura persiana è il simbolo del paradiso terrestre». Queste sono decorate con incisioni in arabo e legate a delle ciotole che, usate nel deserto, «siglano un patto tra l’umano e il divino», rappresentando la maniera in cui «la religione ci lega le mani», da cui l’opera prende il titolo. «L’artista sostiene che la religione, pur essendo un aspetto importante per la vita delle singole persone, attirando l’attenzione non sul qui e ora, ma su un’altra dimensione, impedisce il reale cambiamento, che dovrebbe frenare l’entropia».

Come spiegato da Compare: «il limite estremo» del processo di entropia, interpretata da Saghar Daeiri come un accumulo di forze destabilizzanti che conduce verso la disgregazione sociale, «è l’orizzonte degli eventi» oltrepassato il quale non vi è più luce. L’opera The Whole Hole (2021) chiude la mostra riassumendo questa tensione verso il vuoto: una piccola figura umana seduta in equilibrio sul vuoto, sospesa a metà di una tela divisa in due. Quest’ultima immagine chiede direttamente all’osservatore se sia possibile rintracciare un ordine nel caos che, sradicando le certezze per fare spazio al nuovo, minaccia di risucchiare ogni cosa in un buco nero.
Saghar Daeiri interroga e si auto-interroga sulla legittimità del nostro sistema di valori, improntato sull’individualismo e l’apparenza, alla luce di un complesso dialogo con la realtà, che risulta sfuggente e in costante trasformazione.

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