
Oltre il 95% delle risorse a fondo perduto è stato destinato a copertura di progetti già in essere; le altre saranno a debito delle giovani generazioni, probabilmente senza che queste ne traggano benefici. La bozza non concede un “pilastro” al tema giovani e la trasversalità rende difficile stimare le risorse effettive messe in campo. Tuttavia, secondo lo studio condotto dalla Fondazione Bruno Visentini, soltanto il 2% è destinato ai giovani, di cui solo l’1,1% per la connessione con il mondo lavorativo. Una percentuale per niente confortante, soprattutto se letta alla luce dei dati. Nel 2019, il tasso di disoccupazione giovanile in Italia era intorno al 22,2%, il doppio della media europea, con Sicilia e Campania che raggiungevano il 53,6%. Con la crisi scatenata dalla pandemia, il quadro è peggiorato: l’Istat evidenzia una disoccupazione giovanile in rapida crescita, che si attesta al 30,3%.
Il Parlamento Europeo ne parla come la preoccupazione maggiore dopo la crisi da Covid-19. Non a caso, le ultime linee guida della Commissione (22 gennaio) avevano chiesto di fare delle politiche pubbliche giovanili non solo un obiettivo trasversale, ma presupposto e priorità assoluta del Next Generation EU.
Inutile dire che altri Paesi europei, seppur con dati meno allarmanti, hanno destinato ai giovani molti più fondi, oltre a dedicarvici un paragrafo specifico: la Francia ha previsto investimenti pari a 15 miliardi per le politiche attive del lavoro e alla formazione, la Spagna il 17,6% e il Portogallo l’8,6%. Per l’Italia, invece, un Paese con la percentuale di over 65 più alta dell’Unione e le spese per le politiche attive più basse, i giovani continuano a non essere una priorità, nemmeno all’interno di un Fondo che – con il suo nome – vorrebbe mettere al centro proprio le giovani generazioni. Ma questo all’Italia sarà sfuggito, visto che i più si ostinano a chiamarlo Recovery Fund.
Come per i giovani, alle regioni del Sud è riconosciuta una priorità orizzontale per “Ridurre i divari territoriali e liberare il potenziale inespresso di sviluppo del Mezzogiorno”. Dell’intero pacchetto finanziario, secondo le stime della Fondazione Bruno Visentini, solo il 38% sarebbe destinato a iniziative nel Mezzogiorno. Una percentuale che potrebbe includere anche i fondi nazionali per la coesione e quelli ordinari europei, che ci sarebbero stati comunque, con o senza Recovery Plan. Se il governo applicasse l’algoritmo utilizzato dalla Commissione per attribuire le risorse ai Paesi membri (PIL medio pro capite; numero abitanti; tasso di disoccupazione di medio-periodo, reddito nazionale lordo pro-capite), al Mezzogiorno spetterebbe quasi il doppio, vista la disoccupazione tre volte superiore al Nord e il Pil pro-capite di circa la metà. In fondo, è proprio per ridurre questo drammatico divario che l’Ue ha deciso di assegnare all’Italia il maggior numero di risorse, consapevole che, per ripartire, occorre camminare insieme.
Di Giorgia Scognamiglio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216
APRILE 2021
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