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Next Generation EU. Che fine hanno fatto giovani e Sud?

Redazione Informare
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1 aprile 20215 min di lettura

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Next Generation EU. Che fine hanno fatto giovani e Sud?
L’Italia è destinataria di circa 200 miliardi di euro di risorse nell’ambito del Next Generation EU e, entro il 30 aprile 2021, dovrà presentare la bozza del Piano (PNRR) all’Unione europea. Un’opportunità per rilanciare il Paese e combattere le conseguenze della pandemia da Covid-19, ma anche per modificare la strategia di sviluppo.
Sarebbe opportuno, però, definire l’idea di sviluppo che si intende raggiungere. Accrescimento delle competenze e delle prospettive occupazionali dei giovani, riequilibrio territoriale e sviluppo del Mezzogiorno sono considerate “priorità trasversali” all’interno del piano, cioè prive di interventi specifici, ma che si prevede beneficeranno di riflesso delle altre missioni. Tradotto, ci sono ma non si vedono. L’ultima bozza, consegnata al Parlamento dal governo Draghi, è risalente all’11 marzo. Quasi tutti i giornali hanno parlato di una “riscrittura”, più dettagliata rispetto all’ultima bozza del 12 gennaio. In realtà, come hanno chiarito i ministri Enrico Giovannini e Daniele Franco, il PNRR recapitato alle Camere è quello preparato dal precedente governo. Si sviluppa in sei missioni: “Rivoluzione verde e transizione ecologica” (69,8 miliardi); “Digitalizzazione, innovazione e cultura” (46,2 mld); “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (32 mld); “Istruzione e ricerca” (28,5 mld); “Inclusione e coesione” (27,6 mld); “Salute” (19,7 mld). Visti i tempi stretti, nonostante le polemiche e le aspettative del “miracolo Draghi”, non c’è stato alcun cambiamento significativo.

La bozza non concede un “pilastro” al tema giovani

Oltre il 95% delle risorse a fondo perduto è stato destinato a copertura di progetti già in essere; le altre saranno a debito delle giovani generazioni, probabilmente senza che queste ne traggano benefici. La bozza non concede un “pilastro” al tema giovani e la trasversalità rende difficile stimare le risorse effettive messe in campo. Tuttavia, secondo lo studio condotto dalla Fondazione Bruno Visentini, soltanto il 2% è destinato ai giovani, di cui solo l’1,1% per la connessione con il mondo lavorativo. Una percentuale per niente confortante, soprattutto se letta alla luce dei dati. Nel 2019, il tasso di disoccupazione giovanile in Italia era intorno al 22,2%, il doppio della media europea, con Sicilia e Campania che raggiungevano il 53,6%. Con la crisi scatenata dalla pandemia, il quadro è peggiorato: l’Istat evidenzia una disoccupazione giovanile in rapida crescita, che si attesta al 30,3%.
Il Parlamento Europeo ne parla come la preoccupazione maggiore dopo la crisi da Covid-19. Non a caso, le ultime linee guida della Commissione (22 gennaio) avevano chiesto di fare delle politiche pubbliche giovanili non solo un obiettivo trasversale, ma presupposto e priorità assoluta del Next Generation EU.

E gli altri Paesi europei?

Inutile dire che altri Paesi europei, seppur con dati meno allarmanti, hanno destinato ai giovani molti più fondi, oltre a dedicarvici un paragrafo specifico: la Francia ha previsto investimenti pari a 15 miliardi per le politiche attive del lavoro e alla formazione, la Spagna il 17,6% e il Portogallo l’8,6%. Per l’Italia, invece, un Paese con la percentuale di over 65 più alta dell’Unione e le spese per le politiche attive più basse, i giovani continuano a non essere una priorità, nemmeno all’interno di un Fondo che – con il suo nome – vorrebbe mettere al centro proprio le giovani generazioni. Ma questo all’Italia sarà sfuggito, visto che i più si ostinano a chiamarlo Recovery Fund.

Al Sud solo il 38% delle risorse

Come per i giovani, alle regioni del Sud è riconosciuta una priorità orizzontale per “Ridurre i divari territoriali e liberare il potenziale inespresso di sviluppo del Mezzogiorno”. Dell’intero pacchetto finanziario, secondo le stime della Fondazione Bruno Visentini, solo il 38% sarebbe destinato a iniziative nel Mezzogiorno. Una percentuale che potrebbe includere anche i fondi nazionali per la coesione e quelli ordinari europei, che ci sarebbero stati comunque, con o senza Recovery Plan. Se il governo applicasse l’algoritmo utilizzato dalla Commissione per attribuire le risorse ai Paesi membri (PIL medio pro capite; numero abitanti; tasso di disoccupazione di medio-periodo, reddito nazionale lordo pro-capite), al Mezzogiorno spetterebbe quasi il doppio, vista la disoccupazione tre volte superiore al Nord e il Pil pro-capite di circa la metà. In fondo, è proprio per ridurre questo drammatico divario che l’Ue ha deciso di assegnare all’Italia il maggior numero di risorse, consapevole che, per ripartire, occorre camminare insieme.

Inoltre, essendo una tematica orizzontale, la programmazione è piuttosto vaga. Uno dei principali interventi previsti (se non l’unico ben definito) mira a colmare il gap infrastrutturale Nord-Sud, con la conclusione dell’autostrada Napoli-Bari, la velocizzazione della tratta ferroviaria Salerno-Reggio Calabria e l’upgrading delle linee regionali. Interventi necessari, sicuramente, ma soltanto nel momento in cui gli abitanti del Sud – e in particolare le giovani generazioni – avranno la possibilità di scegliere se restare o partire.
Si tratta sicuramente di un resoconto parziale, forse prematuro, basato su bozze e non su programmi definitivi. Ma a meno di una sorpresa finale, giovani e Sud dovranno continuare a lottare per essere parte dell’ambito sviluppo di cui tanto si parla.

 

Di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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  • #mezzogiorno
  • #Next Generation EU
  • #priorità trasversali
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