
Iniziata il 19 maggio con “Ondance Finalshow” di Roberto Bolle e terminata con le due icone-pop del sound napoletano, Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio. In mezzo tanta qualità e progetti internazionali, da Skunk Anansie, Kamasi Washington+Enzo Avitabile, Noa, Ludovico Einaudi, Renzo Arbore e L’Orchestra Italiana e tanti altri artisti della scena nostrana.
Poi continua così: «L’Arena Flegrea è uno straordinario patrimonio di questa città, il teatro a cielo aperto più grande del sud Italia.
In questi ultimi anni, grazie alla gestione della famiglia Floro Flores e al lavoro svolto, l’Arena si è posizionata come punto di riferimento assoluto per lo spettacolo e la musica dal vivo del Meridione d’Italia. Con la stessa organizzazione stiamo già lavorando alla prossima stagione e a una serie di appuntamenti in città all’interno di diverse location con il marchio del Festival “Noisy”».
Ma torniamo a questo progetto particolarissimo e, perciò, forse irripetibile. “Figli di un Re minore” è stato un concerto-evento che ha visto protagonisti D’Angelo e D’Alessio, i beniamini del pop melodico “napoletano” per antonomasia.
A raccontare il motivo che ha spinto alla collaborazione i due artisti ci pensa proprio Nino D’Angelo:
Un botta e risposta sul feeling, dove si inserisce D’Alessio: «Agli spettatori abbiamo regalato un vero e proprio evento. Un concentrato di canzoni, di successi che ormai non appartengono neanche più a noi. Basti pensare che nello show c’è un medley di un’ora, una sorta di ping-pong del tempo dove ci alterniamo, viaggiando dagli ‘80 ai ‘90. Sono stati scelti 61 titoli e con noi, sul palco, c’è stata una band di 16 elementi».
Poi D’Alessio rincara la dose sul collega: «Nino è garanzia di successo, è sulla cresta dell’onda da oltre quarant’anni. Quando ero giovane e mi affacciavo al mondo delle canzoni come musicista, fu il primo ad intravedere del talento in me. Grazie alla collaborazione con lui, a Napoli, fui considerato un autore di Serie A».
L’evento, nato per essere a tappa unica, potrebbe diventare uno show itinerante, merito di alcuni impresari stranieri, come ammette D’Alessio: «Abbiamo registrato richieste da Sydney, New York, Canada, Germania, Belgio, Olanda ed Inghilterra. Siamo felici di questo, ci siederemo a tavolino e valuteremo la possibilità di continuare questo viaggio».
Una solida carriera da icone-pop nazionali che però non sono riuscite a scrollarsi di dosso l’aggettivo di “neomelodici”. Nino D’Angelo non si offende e rilancia: «Possono chiamarci come vogliono, noi siamo ciò che desideriamo essere. Questa parola è diventata troppo generalista e, musicalmente parlando, non rappresenta niente».
La chiosa finale è di D’Alessio: «Se in Italia nasci a Roma, Bologna o Milano verrai definito cantautore figlio di quella terra. A Napoli, se canti in lingua napoletana scatta l’etichetta di neomelodico. È una storia che non ha senso e che spero possa presto finire».
di Nando Misuraca
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