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“Non vivere sed valere vita est”: il perseguimento della felicità

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18 luglio 20224 min di lettura

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“Non vivere sed valere vita est”: il perseguimento della felicità

La felicità è un concetto multiforme che dipende molto dalla società. Da sempre i più grandi pensatori e artisti si sono interrogati sul contenuto effettivo di questa misteriosa “felicità”. Per Aristotele l’eudaimonìa («bene» e «demone», sorte) significa fidarsi e perseguire questo “demone buono” che è insito in ciascuno, attraverso la cura delle virtù e della saggezza. Per Epicuro è sfuggire al dolore, ricercando l’imperturbabilità, l’atarassia; per Seneca, è l’autarchia, il completo controllo di sé stessi.

Con l’Illuminismo il concetto di felicità viene declinato anche nell’ambito sociale e politico: la felicità diventa affare dello Stato, il quale deve provvedere al benessere dei propri cittadini attraverso le “buone leggi”. Il concetto di “eudaimonìa pubblica” viene positivizzato per la prima volta nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, redatta da Thomas Jefferson e firmata a Filadelfia il 4 luglio 1776: «Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità». Dunque la felicità assurge a diritto inviolabile, donato da Dio e che lo Stato deve garantire.

Nell’attuale Costituzione degli USA il termine “welfare” ossia benessere generale, permane nel Preambolo. L’influenza americana approda anche oltre oceano: il Gran Duca di Toscana emana una Costituzione in cui si menziona il diritto al perseguimento della felicità; diritto menzionato anche nella costituzione Paolina corsa e, soprattutto, trasfuso nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino adottata in Francia nel 1789 che individua quale scopo delle istituzioni “la felicità di tutti”. Se nei secoli della “ragione” la felicità era ritenuta diritto inviolabile, successivamente gli ordinamenti giuridici vi hanno fatto più vaghi riferimenti. L’influenza del positivismo giuridico kelseniano, per cui le norme devono regolare in modo chiaro i rapporti sociali, ha fatto sì che i testi costituzionali e ordinamentali in generale non potessero accogliere un principio così indefinito e polimorfo.

Ma ciò non significa che la felicità sia stata espunta dalle costituzioni moderne: tutt’altro! I giuristi tendono a qualificarla come un concetto trasversale che permea tutti i cataloghi di diritti e, alla luce della quale, vanno interpretati i diritti codificati. Insomma, le costituzioni moderne, fiorite nella concezione di Stato sociale e democratico, accolgono il principio della circolarità dei diritti e della loro intima interconnessione: non si può essere felici senza essere liberi e in salute. Pensiero, questo, che costituì l’ideale di una mente napoletana illuminata quale era quella di Gaetano Filangieri che, già tre secoli fa, declinava la felicità come libertà dal bisogno e come diritto inviolabile di tutti (non solo dei cittadini con diritto di voto) che lo Stato deve garantire. «Le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale» dice Filangieri, e, dal momento che, come dice Kant «Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo» ciascuno deve avere la possibilità di esprimere attraverso il proprio voto ciò che è meglio per soddisfare la sua felicità. Possiamo dire che, anche se con estrema lentezza, il pensiero del Filangieri sia stato recepito dai nostri padri costituenti e che la Costituzione Italiana, pur non menzionando espressamente la felicità, sia comunque esempio virtuoso mondiale, soprattutto per i diritti elencati nei primi 12 articoli.

Inoltre, nel 2019 è stata avanzata una proposta alla Camera volta a modificare l’art 3 Cost. in modo da includere anche l’espresso riferimento alla felicità. In ambito internazionale, invece, un primo passo è stato compiuto dall’Assemblea Generale Onu che nel 2012 ha riconosciuto la ricerca della felicità come scopo principale dell’umanità e ha proclamato il 20 marzo Giornata Internazionale della Felicità.

Nella situazione attuale possiamo sperare che la ripresa dalla pandemia e il decollo delle riforme del PNRR siano la strada affinché l’Italia accolga presto una garanzia effettiva dell’implicito diritto alla felicità.

di Mariella Fiorentino e Benedetta Guida

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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