
“È stata lesa la libertà morale di Nello Trocchia cui è stato impedito di svolgere il proprio lavoro di giornalista. Se è vero che la libertà di informazione, come afferma la Cedu, è il cane da guardia della democrazia, allora il presupposto essenziale della democrazia è l’informazione, ossia la conoscenza dei fatti”. È questo il passo più eloquente del capo di imputazione a carico dei quattro esponenti dei Casamonica per i quali è partito un processo che vede tra le parti offese costituite proprio Nello Trocchia, giornalista, classe ‘82, nato a Nola (Na) città che diede i natali anche a Giordano Bruno.
«Io faccio semplicemente il mio lavoro, nulla di straordinario, come chiunque altro può fare: dai magistrati, agli avvocati o agli insegnati. Essenzialmente credo che non dovrebbero esistere “giornalisti antimafia” o “anticamorra”, penso che debbano esistere i giornalisti che fanno il loro dovere al servizio della collettività e dell’interesse pubblico. Ribadisco io sono uno dei tanti che interpreta questo lavoro come dovrebbe essere: avendo come referente il lettore, dando voce ai senza potere, smascherando le verità vissute e mendaci del potere, evidenziando le contraddizioni del potere. Questa non è la mia missione o quella di altri giornalisti, questo è il giornalismo, facendo il nostro mestiere come deve essere fatto. Talvolta ci sono giornalisti che, interpretandoli in altro modo, preferiscono fare altro, che sporcano questo mestiere, assecondando il potere, divenendone lo zerbino piuttosto che il cane di guardia».
«A breve inizia un processo che mi vede come parte offesa e costituito come parte civile, unitamente al Sindacato dei Giornalisti della Campania e alla Federazione nazionale Stampa Italiana. Mi spiace che non si siano costituite parti civili la Rai, né gli altri aggrediti dai componenti della famiglia dei Casamonica, con atti che colpirono anche quattro poliziotti (non costituiti). Mi rendo conto che possono esserci tante difficoltà, anche importanti come io stesso mi trovo a vivere. Io come parte offesa ho sentito di dovermi costituire, ma comprendo chi magari abbia deciso diversamente. Anche in passato, ho cercato di tutelarmi rispetto a minacce alla mia persona da parte della camorra casertana, nello specifico rispetto al clan Belforte. Attualmente ho, a tutela della mia persona, una vigilanza generica che è quella che le istituzioni preposte hanno ritenuto opportuna al mio caso, che ho accettato. Le questioni rispetto a clan della camorra o ai Casamonica sono pubbliche. Intanto io continuo a fare il mio mestiere, magari usando maggiore attenzione ad alcune zone piuttosto che altre, raccontando ciò che va reso pubblico contro le mafie, la camorra e la corruzione in genere».
«La dimensione della paternità ti migliora, ti fa diventare “uomo” e ti dà la capacità di pesare ancor più le parole, cosa che già lo facevo con il mio mestiere, ma ne comprendi la profondità. Professionalmente continuo esattamente come prima, pensando ai ragazzi di oggi ed al grande dovere che abbiamo di smascherare le menzogne del potere, come insegnava ed ancora insegna Pippo Fava e mi piace ricordare un suo editoriale sul Giornale del Sud, dove diceva che il giornalista ha il compito di smascherare il potere. Un buon giornalismo evita le tragedie, migliora la qualità della vita ed io e tanti altri colleghi, viviamo il nostro mestiere interpretandolo cosi, per lo meno ci proviamo, non solo per noi e il lettore, ma anche per le nuove generazioni affinché possano trovare qualcosa di migliorato o quanto meno di chiaro e conosciuto per vivere questa società».
«Il mio consiglio è quello di perseverare, lo sprono più grande è capire che questo mestiere è molto complicato, faticoso ma se si ha voglia di farlo, se è appassionato e vuole raccontare gli angoli bui di questo paese e illuminarli a giorno, deve perseverare. Consapevole che per anni sarà precario, forse anche per tutto l’arco della professione. Se si deciderà di fare un giornalismo indipendente e autonomo, sarà ancora più difficile, perché non è ben visto, né dagli uni e né dagli altri, in termini politici. Oltre alle tante minacce, querele per diffamazioni o risarcimento danni, il contesto nel quale si fa questo mestiere, è un contesto molto complicato, ma non vi è nulla di eroico, nulla di straordinario: è giusto che si sappia quello a cui si va incontro».
«La paura è un sentimento incontrollabile che arriva e poi va via. Dico sempre, anche agli studenti, che quando c’è la paura bisogna soffiarci sopra vita, costruire una vita piena, pregna, densa che possa ridimensionare quelli che sono i tempi della paura. Il coraggio è qualcosa che ti devi dare, ma non vivi questo mestiere come un atto eroico, ma come un atto di normalità: sempre con i piedi per terra, ascoltando le persone ed il coraggio ti può arrivare a compensare la paura che puoi vivere. Bisogna riportare nella normalità questo mestiere, perché ogni qualvolta che si racconta l’eccellenza, si dà una giustificazione a quelli che, invece, non fanno bene il loro mestiere, a dire che gli altri sono eroici, coraggiosi, addebitando delle persone normalissime a queste categorie. Mentre tanti come me, fanno questo mestiere normalmente, seguendo delle regole necessarie per farlo bene, come nell’interesse delle persone che non sono asservite a nessun potere».
«Ricordo che 20 anni fa prendevo una nave per Palermo perché ero diretto a Cinisi. Ricordo che arrivato li, Giovanni Impastato, fratello di Peppino, mi mostrò la casa dove Peppino aveva vissuto. Ricordo che dopo, passai più di un’ora al telefono, con tutte le redazioni dei giornali, per piazzare il mio articolo su un nazionale. Ci riuscii dopo un’ora e mezzo e fu la mia prima soddisfazione, anche se il giorno successivo, al Convegno Antimafia venni rimbrottato da un partecipante perché non l’avevo citato. Avevo solo 18 anni e mi fu subito chiaro, che al di là della felicità, questo è un mestiere dove non si arriva mai da nessuna parte, tutti i giorni ci si mette in discussione, cercando ogni giorno la notizia ovunque, perché le notizie ci sono, ma bisogna saperle ascoltare e raccontare. Quindi posso dire che oggi mi sento realizzato, felice di continuare ad avere lo stesso approccio di quando ho iniziato 20 anni fa, di poter raccontare i territori dimenticati, dando voce ai senza potere e provare ad interpretare sempre bene questo lavoro. Sono un ragazzo di provincia, nato a Nola, ma che ha avuto la fortuna, grazie a mia madre, che faceva la maestra, di vivere da piccolissimo a Procida. Sono un ragazzo di provincia che ama il mare e felice che, quella che ritengo la mia seconda città, come Procida sia stata scelta come Città della Cultura».
Di Anna Copertino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216
APRILE 2021
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