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Pier Paolo Pasolini e Gonzalo Gerardo Higuaín

Redazione Informare
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23 agosto 20176 min di lettura

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Pasolini… Mi è sempre piaciuta l’idea di iniziare un articolo sul calcio con quelle quattro sillabe del nome del più grande intellettuale italiano del novecento: PA – SO – LI – NI.

Com’è uso fare delle tifoserie negli stadi di calcio a ringraziare i propri campioni al termine di una partita o dopo un goal magistrale. PA-SO-LI-NI. Sì. Perché Pasolini va ringraziato sempre, anche questa volta. Ci aiuta a capire in che termini deve essere letto il cambio di squadra e di maglia di Gonzalo Gerardo Higuaín. Nulla potrà togliere il gusto dei suoi gol ma neanche l’amarezza di un tradimento inaspettato. “Ma come? mo proprio ce simme ditte che ci vulimme bene? Core a core? E tu mo tene vaje? E te mitte ‘nzieme proprio a chella là. Proprio cu jessa (lei), chella ‘nfetta!”.

Sbaglia chi dice che il calcio è uno sport o è uno spettacolo: non è né l’uno né l’altro. Queste cose si ripeteranno e saranno sbagliate com’è ora il passaggio di Higuaìn alla Juventus. E non è neanche vero che “tutti al suo posto sarebbero andati con quella lì” e neanche con un’altra. Antognoni della Fiorentina, Furino e Del Piero della Juventus, Baresi e Rivera del Milan, Facchetti e Zanetti dell’Inter, Totti della Roma, Giorgio Ferrini e Paolino Pulici del Torino e per il Napoli Bruscolotti e Juliano, che rifiutò il passaggio al grande Milan di Nereo Rocco. E, ancora, Maradona per il quale la discussione andrebbe fatta senza ipocrisie: calciatore morale e pasoliniano.

Questi top player hanno rispettato il codice calcistico come il prete la liturgia eucaristica, come il muezzin l’adhān per la preghiera islamica della Salāt. Sono santi. Il calcio è una cosa seria. Il calcio è religiosità, secondo Pier Paolo Pasolini: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci». E occorre rispettarne la liturgia. Altrimenti si bestemmia. Il calcio è arte, letteratura, poesia, secondo l’intellettuale di Casarsa che spiegò «il football è un sistema di segni (avendo) tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio scritto-parlato… la sintassi si esprime “nella partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice». E occorre rispettarne il codice letterario, durante e fuori dalla partita. Altrimenti la sintassi non funziona.

Higuaìn volendo la Giuve sgrammatica la pagina scritta così bene, con poesia, il 14 maggio 2016 con il Frosinone perché voi lo avete visto come annusava l’aria, come ammaccava l’erba, come guardava il pubblico? Aveva gli occhi bagnati. “Mannaggi‘a morte!”. E Napoli, perché quello erano i 10 milioni – di cui 60.000 circa allo stadio – che vedevano la partita, lo capisce e lo accarezza dentro, con una preghiera di cori e Lui, lo sa, trova nell’aria il verso e ritorna poeta: 1 .. 2 ..3. Il più grande poeta della serie A, dopo 70 anni dalle prodezze di uno svedese, lui, un argentino, a Napoli. Nell’ultima partita dell’anno precedente sbagli il rigore e la tua squadra è vinta e nell’ultima partita di questo campionato vi è tutto! Vi è l’immortalità.

Il calcio è legato a doppio filo con il tifo, non si è imparziali. Si è di parte, non vuoi la vittoria del migliore ma quella della tua squadra. Quella per la quale ti addormenti la sera recitando, come un rosario, la formazione e le possibili varianti se l’allenatore “capisce” quanto vale quella riserva o se il presidente “compra” quell’altro.
Il calcio, come diceva Pasolini, è il sogno della prodezza del tuo campione o della tua squadra.
E lo misuri con le emozioni non con gli scudetti vinti. Taumaturgicamente (miracolosamente) la vittoria muore quando avviene. La vittoria è statistica. La partita e il campione è sentimento.

Quello che ci fa “ammalare” è la catena delle emozioni. Il goal al novantunesimo, il debutto del ragazzo della primavera, la sostituzione giusta, il dribbling del campione ritrovato, il lancio millimetrico del difensore sull’esterno sinistro ma anche la sconfitta inaspettata – ecchissenefrega se meritata – la lite sessista a bordocampo tra i due allenatori (sessista non è una brutta parola, uno chiama ricchione all’altro), la papera del fuoriclasse perduto, il rigore sbagliato.
Perché nel calcio, come la preghiera nella religione, il dolore purifica. Perché nel calcio si è parte. E pure qua Pasolini (ma quante ne sapeva?): «sono, naturalmente, tifoso del Bologna, essendo Bologna la mia città natale. Per quanto riguarda il tifo in genere, io penso che esso sia inscindibile dallo sport».

Se tu chiedi a un interista il suo essere interista ti parlerà delle trovate del mago Herrera, delle punizioni “a foglia morta” di Corso, dei rigori sbagliati di Beccalossi e delle conferenze stampa di Mourinho; il milanista ti spiegherà le parolacce di Rocco, le geometrie di Rivera, la semplicità di Van Basten e la genialità di Savicevic; il romanista i dribbling di Brunoconti, le punizioni del Capitanoagostinodibartolomei ed il carisma di Zeman; il laziale la potenza di Chinaglia, la classe di D’Amico ed il carisma di… Zeman.

Nel calcio vi è commozione. Non è uno sport, non è un affare, non è uno spettacolo. È rito nel fondo! Nessuno ti parlerà della bacheca per definire il suo “essere”; poi nella competizione, pur necessaria, degli sfottò esibirà il suo “avere”, ma solo dopo e più per fermare una probabile soccombenza oratoria.
«Il pallone rappresenta un’utopia, un riscatto, una opposizione al potere. Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto». E come dare torto a Eduardo Galeano. Siamo tutti Davide con la voglia di fare un mazzo così, anzi proprio accussì, a Golia.
E Golia ci ha commosso poche volte che le conto sulle dita di una mano: la lealtà di Tardelli che non cade in area di rigore strattonato da Guidetti in un Napoli-Juventus da 0 a 0, il rigore rifiutato da Baggio alla “sua” Fiorentina e la poesia di Vladimiro Caminiti che a Furino scrisse: «Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all’altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze».

Per il resto Zoff, Altafini e Sivori hanno giocato anche nel Napoli e poi… e poi c’è quel bambino che palleggiava sul campo sterrato di Lanus.
Higuaìn ha segnato tanto nel Napoli ma quello che vale, e che forse non si cancellerà mai, è la commozione degli occhi lucidi con il pallone in mano sotto la curva “un giorno all’improvviso m’innamorai di te il cuore mi batteva non chiedermi perché…”. Un bambino con il pallone in mano come quel bambino a Lanus. Il mito.
Tutto il resto non vale niente perché è niente. È sgrammaticatura. Anche 10 Cempionzlig con la Giuve.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 161 Settembre 2016

Tags
  • #Gonzalo Gerardo Higuaín
  • #Pier Paolo Pasolini
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