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Pirandello, una rivisitazione in Napoletano al NEST

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19 novembre 20197 min di lettura

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Pirandello, una rivisitazione in Napoletano al NEST

Con “Il Berretto a Sonagli ‘a nomme ‘e Dio” di Luigi Pirandello la Compagnia Nest del Teatro Nest di Napoli affronta per la prima volta il drammaturgo siciliano nato a Girgenti nel 1867.

Il confronto è con uno dei testi più popolari di Pirandello, rappresentato per la prima volta nel 1917 proprio in dialetto siciliano, ma successivamente italianizzato negli anni ’20.

La messa in scena della compagnia Nest promette novità. A partire dal linguaggio drammaturgico utilizzato che muove proprio dal testo originario dialettale scritto da Pirandello per l’attore Angelo Musco (“A birritta ccu ‘i ciancianeddi”), rivisitato dal Nest in dialetto napoletano. Un esordio “in purezza,” per risalire alle origini del testo, con l’intento drammaturgico di strapparlo agli stereotipi dell’adattamento italianizzato, restituendo ai personaggi la lingua e i tratti originali, beffardi e violenti, propri di quei “corpi in rivolta” tra corna e tradimenti antichi, ma non per questo meno cattivi.

Una sfida alle convenzioni del Berretto edulcorato dalla lingua italiana: e il debutto non poteva che essere in Sicilia, in terra agrigentina, con la doppia replica messa in scena al Teatro comunale L’Idea di Sambuca di Sicilia il 16 e il 17 novembre. Ma lo spettacolo torna a casa, per una tre giorni al Nest il 22, 23 e 24 novembre per poi ripartire, a gennaio 2020 per una lunga tournée, con una prossima tappa a Torino. 

La regia è affidata a Giuseppe Miale di Mauro (tra i fondatori del teatro Nest e regista della omonima Compagnia) che con questo nuovo allestimento del Berretto, in occasione del decennale della compagnia Nest, mette in scena quattro attori, gli storici della compagnia, Giuseppe Gaudino e Adriano Pantaleo, affiancati da Mario Cangiano e una sola donna, Valentina Acca, nei panni di Beatrice Fiorica. Ogni attore interpreterà più ruoli, sia maschili che femminili, per una commedia dal sapore tragico e dall’intreccio ricco di colpi di scena sino al finale.

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L’idea e la drammaturgia secondo il Nest

Pupi siamo. Lo spirito divino ci è entrato dentro e si è fatto pupo. Pupo io, pupi voi, pupi tutti. E ogni pupo vuole rispetto, non per quello che è ma per quello che si crede di essere e per la parte che sta recitando. Quella parte ti può fare schifo, al tuo pupo gli sputeresti pure in faccia, ma soltanto quando sei solo davanti a lui. Perché dagli altri non vuoi sputi: dagli altri esigi rispetto.

Ecco la storia de “A birritta ccu ‘i ciancianeddi”, testo che Pirandello scrive prima in dialetto girgentino, e poi traduce in versione ridotta ed edulcorata in italiano. Storia feroce, come direbbe Visconti, ritratto di famiglia in un interno: Beatrice, una moglie scontenta, consapevole di essere tradita, sua madre, il fratello, una serva spaventata, una femmina di paese che tesse la trappola per cogliere in flagrante delitto il marito di Beatrice.

Se questa fosse una storia a parti invertite, cioè se fosse un marito a volere cogliere la moglie in flagrante delitto, sarebbe una cosa da poco che si concluderebbe con un delitto d’onore. Ma non è questo il caso: a denunciare è una donna, che addirittura nella versione originale del testo, vuole il divorzio e gli alimenti, e lo fa contro la volontà di tutta la famiglia. Perché non si affronta a campo aperto il tradimento, e il proprio dolore lo si offre a Dio, altro che mettere in piazza il marito infedele. Ma non basta: qui il problema è reso più grave dall’identità del “becco” o, forse meglio, dal pupo del cornificato. Perché se c’è una moglie tradita, ben presto scopriamo che il tradimento avviene con una donna sposata, e quel che è peggio sposata con uno scrivano/filosofo: Ciampa, don Nociu nella versione siciliana. Che non ne vuol sapere di passare per becco.

Così, quando scoppia la tragedia e la coppia di amanti è colta in trappola, si scatena di tutto pur di arginare lo scandalo. Tutti sono pronti a mentire, dal delegato Spanò che deve raccogliere la denuncia, alla madre e al fratello della sposa tradita, a Ciampa stesso: tutti pronti a chiudere entrambi gli occhi e fare finta di niente. Ma il prezzo da pagare per questa pace ricostruita è durissimo, feroce, cattivo.

“A Birritta” è un testo che fa spavento: sa di violenza e d’ipocrisia, omertà e bigottismo. Il nome di Dio in questa casa viene usato sempre a sproposito, e serve a piegare la verità alle forme più false di perbenismo. Nella nostra Italietta bacchettona e provinciale, questa storia trae dal dialetto la sua più grande verità: la lingua italiana smorza i toni, rende tutto più ovattato. Il dialetto fa esplodere la cattiveria, l’odio e lo scherno. Per questo, quando ci siamo messi a riflette non abbiamo avuto nessun dubbio: era indispensabile ripartire dall’originale girgentino e non accontentarsi di adattarlo e tradurlo in italiano, ma in napoletano. Meglio se una lingua partenopea un po’ invecchiata, non troppo moderna. Nessun ammiccamento né sconti, per una storia da poco, un rubinetto rotto che gocciola e che non ha bisogno di molto per mostrare gli scheletri che nasconde: un salotto, un piccolo mondo cattivo e pochi pupi, che un manipolo di attori si scambia e fa vivere dentro la loro banale tragedia da sottoscala ammuffito.

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La messa in scena e note di regia 

«C’è sempre un pizzico d’irresponsabilità quando si decide di affrontare Pirandello – spiega il regista Giuseppe Miale di Mauro –  soprattutto quando si decide di farlo attraverso uno dei suoi testi più famosi: “Il Berretto a sonagli”. Perché questa storia è nell’immaginario collettivo e il pubblico non si lascia rubare volentieri il proprio immaginario. Noi – aggiunge Miale – in un certo senso proveremo a farlo. Proveremo a dare una lettura individuale al testo pirandelliano. Da qui la scelta di raccontare la storia del berretto a sonagli mettendo al centro della vicenda Beatrice, una rivoluzionaria femminista ante litteram che prova a scardinare con la sua battaglia l’immobilismo della società e la visione maschilista e ipocrita del rapporto uomo – donna». 

Questa idea nasce anche dal forte impatto misogino del testo di Pirandello, in cui c’è un annullamento del ruolo della donna che in questa versione sarà enfatizzato dalla presenza di una sola attrice messa in mezzo da un manipolo di uomini (a volte travestiti da donne) che la vesseranno fino a consigliarle la pazzia come unica via d’uscita. 

La Compagnia Nest creerà l’incontro di un gruppo di artisti per dar vita a qualcosa che un attimo prima non c’era. Che era nella testa del regista, degli attori, dello scenografo, della costumista, e che attraverso il lavoro delle prove diventerà materia teatrale.

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