
L’intervento di protesi all’anca è uno degli interventi con la più alta percentuale di successi e pazienti soddisfatti. Il primo impianto di protesi all’anca è stato descritto nel lontano 1891. Ma è dal 1960 che i miglioramenti nella tecnica chirurgica e nelle tecnologie degli impianti hanno avuto un grande impatto positivo su questo tipo di chirurgia; in Italia oggi più di 100.000 pazienti all’anno si sottopongono a questo tipo di intervento con un aumento annuo del 5%. Ne abbiamo parlato con il dott. Gennaro Fiorentino, Direttore del Reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo, originario di Castel Volturno. Il dott. Fiorentino è un professionista di primissimo livello, con esperienze internazionali e grande spirito di dedizione.
«Le cause più comuni di dolore cronico all’anca che genera disabilità e disturbi funzionali tali da dover ricorrere a un impianto protesico, sono: l’artrosi, vale a dire l’usura dell’articolazione tipica dell’età avanzata; l’artrite reumatoide, malattia autoimmunitaria del sangue che colpisce le articolazioni; l’artrosi post-traumatica, vale a dire l’usura dell’articolazione che ha subito una frattura (questa si può verificare anche nei giovani); l’osteonecrosi e gli esiti delle deformità dell’infanzia come il morbo di Perthes o l’epifisiolisi».
«Nell’intervento di protesi, l’osso e la cartilagine danneggiati dell’anca vengono sostituiti con delle componenti protesiche artificiali, quella che io chiamo “un’anca nuova”. La protesi all’anca si compone di 4 elementi: uno stelo protesico di titanio che entra a pressione nel femore; una coppa sempre di titanio che viene impiantata sempre a pressione nell’osso del bacino; un inserto generalmente di plastica o ceramica e una testina, anch’essa generalmente di ceramica».
«Non esiste un’età o un peso che controindichi in maniera assoluta questa chirurgia. Anche le allergie ai metalli non influiscono negativamente trattandosi di protesi al titanio che è un metallo biocompatibile. L’indicazione a sottoporsi a questo intervento si basa sulla clinica e la diagnostica per immagini escludendo alternative terapeutiche come farmaci, infiltrazioni o fisioterapie che incidono sul dolore e la qualità di vita del paziente. Bisogna però considerare che una protesi all’anca si usura e quindi ha una durata limitata, in media di 15/25 anni. Pertanto una persona giovane dovrà mettere in conto la possibilità, nell’arco della sua vita, di sottoporsi a un intervento di sostituzione dell’impianto(la cosiddetta revisione). Nel caso di persone obese è molto importante che calino di peso prima dell’intervento di protesi per ridurre il rischio di complicanze e allungare la longevità dell’impianto. Esistono poi patologie che aumentano i rischi chirurgici come il diabete, pregresse malattie tromboemboliche ed altre da valutare caso per caso».
«La valutazione del chirurgo ortopedico in un paziente candidato alla protesi all’anca passa innanzitutto nella visita in cui si analizza anche la storia clinica passata del paziente; è sempre utile allo specialista poter visionare radiografie aggiornate del bacino in carico. Esami invece come la risonanza magnetica in genere non aiutano nella diagnosi e vengono richiesti solo se strettamente necessario».
«La maggior parte delle persone che si sottopongono a questo intervento sperimentano una completa scomparsa del dolore che avevano prima dell’intervento. Con una protesi all’anca si possono svolgere anche numerosi sport che, a causa del dolore, la persona non praticava più come la corsa, la bicicletta, il tennis, lo sci. Sono sconsigliati però altri sport ad alto impatto come, ad esempio, il calcio o le arti marziali sia perché la protesi può usurarsi più velocemente sia per il rischio di fratture dell’osso attorno alla protesi».
«Generalmente qualche giorno prima dell’intervento si esegue un “prericovero”, vale a dire che la persona candidata all’operazione esegue esami, eventuali visite specialistiche e la visita anestesiologica per essere certi che non esistano malattie che controindichino l’intervento. Con le moderne tecniche chirurgiche oggi il post-operatorio si è notevolmente abbreviato. Mentre anni fa il ricovero per una protesi all’anca poteva durare anche 1 mese, oggi dopo 4/5 giorni il paziente può rientrare a casa in completa sicurezza. Si entra in ospedale il giorno prima e già il giorno stesso dell’intervento o al massimo il giorno dopo, il paziente viene messo in piedi a camminare con 2 stampelle. Dopo qualche giorno di riabilitazione che verrà erogata direttamente al ricovero, in genere in terza o quarta giornata il paziente sarà già in grado di salire e scendere le scale e di provvedere autonomamente a tutti i suoi fabbisogni personali. La dimissione è prevista in 4/5 giornata. A domicilio il paziente farà cyclette quotidiana e si farà seguire da un fisioterapista 2 volte a settimana per non più di 1 mese; poi sarà utile fare esercizi con attrezzi per un eventuale ritorno allo sport. Un paziente che si è sottoposto a protesi all’anca con le moderne procedure spesso dopo 3 settimane guida già l’auto».
«Sicuramente le tecniche definite Mini-Invasive cioè quelle tecniche chirurgiche che apportano meno danni possibili dovuti alla chirurgia stessa. In chirurgia protesica la Mini-Invasività può consistere nell’utilizzo di protesi di piccole dimensioni, nel risparmio di osso da sottrarre durante l’intervento o nell’accesso chirurgico più rispettoso dei tessuti. Personalmente da più di 10 anni eseguo quella che viene chiamata protesi all’anca con accesso anteriore diretto mini invasivo. Questa è una tecnica chirurgica su cui si iniziò a pensare nel 1985, ma solo da circa 15 anni è stata perfezionata fino ad essere oggi una tecnica di routine e sicura. Io ho appreso questa tecnica da uno dei chirurghi che l’hanno messa a punto, il professor Erik DeWitte un talentuoso chirurgo belga che mi ha accolto nel suo gruppo ad Aalst (una cittadina situata nelle Fiandre orientali sul fiume Dendre),per insegnarmela più di 10 anni fa. Non sono molti i chirurghi in Italia che propongono questa tecnica perché è molto complessa, ha una lunghissima curva di apprendimento e ha bisogno, oltre che di un bravissimo maestro, anche di molta casistica per padroneggiarla e renderla sicura per il paziente. Da allora ho al mio attivo più di 800 impianti eseguiti con questa innovativa tecnica chirurgica».
«Questa tecnica consiste nell’inserimento di una protesi forgiata con i più moderni materiali, attraverso una piccola incisione di 7/8 cm anteriore all’anca. La novità è che non prevede alcun taglio muscolare come invece succede per tutte le altre tecniche. I muscoli quindi, a fine intervento, saranno completamente integri; questo riduce il dolore postoperatorio e accorcia i tempi di recupero».
«Non esiste una reale controindicazione anche se diventa particolarmente complessa nelle persone in forte sovrappeso. E’ bene non eseguirla ad esempio nelle persone la cui pancia forma una piega nella zona inguinale (addome pendulo),perché questa piega in genere nasconde molti batteri che possono contaminare la cicatrice chirurgica».
«Esiste una variante a questa tecnica che si chiama tecnica “Bikini” che prevede di posizionare il taglio chirurgico esattamente nella piega inguinale. Il termine “Bikini” coniato dal chirurgo svizzero che per primo ha descritto la tecnica, anche se apparentemente poco professionale nel linguaggio, descrive bene il suo scopo. Rispettando infatti le normali linee della pelle, la cicatrice già dopo pochi mesi è pressoché invisibile e comunque è possibile nasconderla sotto lo slip. È una tecnica che può essere proposta alle donne giovani o meno giovani che oltre al risultato funzionale richiedono anche quello estetico».
di Antonio Casaccio
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N°218 – GIUGNO 2021
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