
Ci eravamo lasciati al Mercato della Vucciria, provenienti da una macelleria di Bologna. E allora cosa c’è di più allegro di un mercato? Voci, colori, odori! Cosa c’è di più anarchico, contestatore dell’ordine, della pace rarefatta, del silenzio, di un Mercato? Nella nostra ottica post coloniale, quando vogliamo indicare un luogo, reale o metaforico, diciamo: “sembra un Suk”, dimenticando l’esplosione vitale di questi mercati africani o mediorientali.
Ma il Mercato, il mercato africano soprattutto, è il luogo dove tutto nasce: è il contrario della guerra, dove le etnie si incontrano e si complementarizzano. Protagonista è la donna, con la sua fisicità, strabordante e sensuale. Il mercato, scrive Bruno Barba, diventa il luogo della bellezza, della sfilata della bellezza. Regine africane, meraviglie carioche, sensuali brune mediterranee… avete capito? Ma sì, è facile!
Dove trovare il Mercado Modelo di Bahia con le sue formose venditrici di acarajè, dove incontrare le Regine Nagô con le ceste di variopinti frutti del Mercato di Lagos, dove vedere incedere, la Garota più famosa, quella di Ipanema, immortalata dal bianco più nero del Brasile, cioè Vinicius de Moraes? Ma a Palermo, sissignore, e non stiamo babbiando, direbbe Montalbano. Oddio! Ora, penserete, ci propongono anche Camilleri… e dove vogliono arrivare? Alla Vucciria signori, alla Vucciria di Renato Guttuso, un: “omaggio a quella speciale idea della vita che i mercati sembrano celebrare, a prescindere dalla latitudine in cui si trovano” dice il regista Roberto Andò. Nel dipinto di Guttuso prendono vita gli odori, i profumi, i colori e ad animare il movimento sono le carni, i pesci, la frutta e la verdura, sono più vivi degli esseri umani stessi, che si muovono in questo labirinto vegetale, in questo intrico di carni esposte e di trofei ittici. Infatti cos’altro è il pesce spada sulla sinistra, se non un trofeo di una lotta antica? Sembra quasi di sentire la voce di Modugno che amava la Sicilia e cantava: “lu vigghiu, lu vigghiu”, mentre la spadara insegue il magnifico pesce. Trofei vegetali, come è possibile vedere solo in quel mercato tra il sacro e il profano che è il presepe napoletano, dove banchi di verdurai sono essenziale quadro della sacra rappresentazione, oppure in un mercato di Bahia attraverso la voce del suo cantore Jorge Amado. La Vucciria di Guttuso ha anche qualcosa di oscuro, di doloroso. Lo stesso Guttuso ce lo testimonia. Cesare Brandi, il grande storico e critico d’arte, diceva: “il quadro è tenuto insieme come una musica dalla tonalità, da quel nero di fondo e visibile solo nei contorni”.
Guttuso si riconobbe nel giudizio del grande critico: “Brandi ha detto una cosa giustissima: è un quadro nero, sembra cioè dipinto sopra un fondo nero. Voglio dire: a un certo punto, mentre dipingevo, mi sono accorto come tutta quella abbondanza di vita contenesse, nel fondo, un senso distruttivo.
Senza che io ci pensassi e volessi, la tela esalava un senso di morte”. È un quadro di passaggi, i personaggi si muovono eppure sembrano fermi, quasi un fermo immagine della mente che in quel mercato, in quei colori, in quelle carni esposte, in quel tripudio di verdure, di pesci coglie esattamente ciò che esse sono, cose morte. Nature morte.
di Roberto Nicolucci
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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