Catello Maresca, nuovo sostituto alla Procura Generale di Napoli, non ha mai celato il suo interesse verso le attuali dinamiche sociali, per andare a fondo ai problemi che investono la nostra realtà e che, inevitabilmente, ne condizionano l’essenza. Attraverso questa intervista abbiamo sviscerato con lui diversi aspetti di una società sempre più logorata da dinamiche di insulto e odio, spesso a discapito delle Istituzioni. Siamo orgogliosi del suo costante sostegno alla nostra realtà redazionale e associazionistica; le sue parole sono spesso monito di un differente “sentire” i valori su cui si fonda la nostra Repubblica, importanti insegnamenti per i giovani dell’Italia futura.
Dott. Maresca, quella attuale è sicuramente una società variegata e complessa. Qual è la sua considerazione in merito alla condizione che vivono i giovani e, secondo lei, in che direzione si sta muovendo la nostra società?
«Faccio il magistrato da ormai quasi 21 anni, ma mai fino ad oggi avevo percepito una tale situazione di difficoltà e di scoramento, soprattutto nelle nuove generazioni, che si affacciano alle sfide della vita con sempre meno punti di riferimento e maggiori incertezze. Condivido perciò con voi questi brevi concetti sul senso della lotta al crimine e sul valore di una vita giusta e legale. Vorrei partire da quanto sosteneva Michel De Montaigne che è stato un filosofo francese del 1500 e cioè: “Non sapendo dove la morte ci attenda, attendiamola dappertutto. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire”. Vi sembrerà un concetto pesante, ma vuol dire niente altro che imparare a relativizzare gli eventi, in attesa – per quelli come me che ci credono – della vita ultraterrena. Il nostro passaggio su questa terra, come ci ha insegnato Gesù, può essere fatto anche di sacrifici e patimenti. La ricerca affannosa e spesso illegale del futile è inutile e dannosa per noi e per gli altri. Soldi, ricchezza e fama sono vacue chimere. Ci dovremmo, invece, concentrare sulle cose importanti, sugli affetti, sull’amore per il prossimo e sulla ricerca del bene. Peraltro, anche per gli atei il ricordo (bello) che lasci su questa terra per effetto del tuo buon agire è ciò che ti fa continuare a vivere nell’affetto dei tuoi cari».
È anche una società che sembra essere entrata in un clima di costante attacco, spesso anche a discapito delle Istituzioni. Cosa ne pensa di questo clima di insulto ed odio?
«Aldilà di tutto, la legalità conviene perché vivere nel rispetto delle regole garantisce tutti di poter giocare ad armi pari, senza colpi bassi o senza rischiare di essere fregato. Oggi invece sembra si sia persa anche la premessa di ogni ragionamento sulla legalità, e cioè il rispetto. Insultare i poliziotti, aggredire e ammazzare un carabiniere, disprezzare i magistrati e cercare di infangare tutte le istituzioni possibili. Ma, se fosse ancora vivo, forse il maestro De Crescenzo avrebbe detto, come fece coraggiosamente gridare al professore Bellavista al camorrista di turno: “ma vi siete fatti bene i conti, in fondo non fate una vita di merda? Ma vi conviene?”. Da qualche tempo in qua cavalca irruento uno spirito ribelle, che ha qualcosa di stupidamente ed ignorantemente rivoluzionario. Se un magistrato commette degli errori anche se sono gravi, ma verificarlo non importa, si dà addosso alla magistratura.
Come prima si era fatto per la politica tutta corrotta o corruttibile. Se un poliziotto per difendersi da un cane inferocito lanciatogli contro da un delinquente è costretto a sparargli “tene ragione ‘o cane”, come diceva Eduardo De Filippo nei panni di Antonio Barracano nel Sindaco del Rione Sanità. Basta che attacchiamo, infanghiamo, insultiamo chiunque e dovunque, acquietiamo la nostra sete di vendetta. Verso tutto, anzi contro tutto e contro tutti. Non c’è più rispetto per niente e per nessuno. Si calpesta la storia e si mette sotto i piedi la dignità di chiunque. Quasi fosse diventato lo sport nazionale preferito. Così si finisce per perdere ogni punto di riferimento e di seguire modelli sbagliati. Abbiamo ormai perso definitivamente i freni e non vogliamo più accettare che esistano Istituzioni e ruoli, compiti e responsabilità. Siamo diventati tutti giudici pronti a sentenziare spesso senza neanche sapere o capire quello di cui parliamo. Ma un Paese senza rispetto delle regole e delle Istituzioni è un Paese finito».
«Gli uomini possono sbagliare e vanno giustamente sanzionati, ma le ISTITUZIONI sono sacre e vanno rispettate. E allora dobbiamo recuperare tutti insieme il senso del rispetto, per il prossimo, per le Istituzioni, per il Paese e capiremo così che stiamo rispettando prima di tutto noi stessi e recuperando la nostra dignità. Sul fronte tecnico, sento il dovere di sottolineare quanto sia sbagliato l’approccio su temi fondamentali, come quello della prescrizione».
«Un processo giusto è un processo tempestivo: la prescrizione è un Istituto di civiltà giuridica che regola il potere sanzionatorio dello Stato, il quale non può essere sine die. Questo perché c’è un diritto all’oblio che caratterizza la figura anche della persona offesa che viene colpita dal delitto, ma soprattutto il fondamento tecnico della prescrizione è un fondamento garantista e liberista, deriva dalla necessità di assicurare anche un principio costituzionale che si esprime nel valore rieducativo della pena. Una pena che arriva dopo troppi anni è una pena che non rieduca.
Badate bene: l’impatto mediatico che certe discussioni e certi princìpi hanno, rischia di compromettere la valutazione tecnica. La prescrizione del reato è cosa ben diversa dalla ragionevole durata del processo.
Sono due concetti ontologicamente differenti che spesso però vengono confusi a causa di questa “prescrizione mediatica”, perché ormai è diventato un argomento attraverso il quale si cercano di risolvere problematiche create dalla cattiva applicazione normativa o dalla cattiva soluzione di alcuni casi giudiziari. Pensiamo al caso Eternit, alla sentenza sul G8 di Genova. Casi in cui si arriva dopo tanti anni ad un nulla di fatto, perché sostanzialmente questo vede l’opinione pubblica quando si arriva a pronunciare la prescrizione di un reato».
di Antonio Casaccio
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