
Frontman dei La Maschera, primo album da solista nel 2020. Roberto Colella, elemento di punta nel panorama musicale campanano: magistrale interprete, voce che tocca le corde dell’anima di chi l’ascolta, penna puntuale e incisiva. I suoi testi delineano l’immagine di un acuto e critico osservatore della società moderna, capace di trasmettere messaggi forti con poche semplici parole. Si lascia intervistare e conoscere meglio, confermandosi, oltre che un impeccabile esecutore, una mente di rara sensibilità.
«Nel mio caso, potrei dire di averlo capito dopo averlo scelto. Vivere di musica ha bisogno di continue conferme e di impegno costante e profondo. Quando capita, mi emoziona pensare alle persone incontrate e alle strade ancora da percorrere. Partire dalla periferia costruendo mattoncino su mattoncino regala belle soddisfazioni. Ma nun ce pensamm’, meglio non concedersi troppo ‘relax’ che c’è ancora tanto da fare».
«Ci sarebbero mille motivi per ricordare l’esempio di Sankara. Forse perché se ne parla troppo poco, forse perché è una storia volutamente cancellata dai suoi assassini… o forse perché, oggi più che mai, la Felicità andrebbe messa al centro delle priorità di ogni essere umano. È tra le canzoni con la gestazione più lunga… ci ho messo quasi 6 mesi a scriverla. Andava puntata la ‘lente di ingrandimento’ nella giusta direzione e volevo venisse fuori un’umanità che non fosse necessariamente ‘rivoluzione’, ‘comandante’ ecc. Mi interessa il sentimento che potrebbe nascondersi dietro la sua storia».
«Bella domanda, ma andrebbe scritto un trattato! La libertà è armonia. È collettività… ma anche star bene da soli. È amarsi. È svegliarsi e fare una scelta. La mia idea di libertà è un mondo con meno diseguaglianze e più felice. Ma ci sono ancora troppe cose inaccettabili… e la musica, per quanto sia per me libertà assoluta, vive difficoltà sotto tanti punti di vista. In più, l’Italia è un Paese sempre poco attento alla sua storia e al suo futuro. Trovo agghiacciante il modo in cui siano stati abbandonati settori fondamentali per la nostra cultura quali musica e teatro. Declassiamo a beni non necessari cose che invece dovrebbero essere sacrosante. Moltissimi altri paesi sono ripartiti a pieno regime mentre da noi ogni regola viene a mancare solo se parliamo di comizi e altre porcherie sotto gli occhi di tutti».
«Ammetto che la parola Africa in questo caso possa essere dispersiva. L’Africa ha mille sfaccettature. Tra centro storico a Napoli e Castel Volturno ho avuto modo di conoscere ragazzi provenienti da diversi paesi del continente nero. ‘Te vengo a cercà’ ci portò in Senegal. Sono entrambi sud non solo nell’accezione geografica. Il sud si manifesta nell’approccio alla vita, nella capacità di adattamento, qualcosa che riconosci subito, nel bene e nel male. A separare le due realtà c’è ovviamente un dato di fatto: siamo molto più fortunati, anche se lo dimentichiamo spesso».
«Quello che è stato accolto come primo disco da solista in realtà è stato il mio divertimento, la mia salvezza mentale durante la quarantena. Il titolo si regge proprio su questo gioco di parole: Isolamento, isola felice ma anche solitudine (Je sulamente). Il confine è sottilissimo. Ho vissuto il lockdown cercando di trarne l’esperienza migliore possibile per me stesso. Ho suonato, letto, scritto, praticamente ogni giorno, quasi ogni ora. Condividere sui social inventando rubriche o intrattenere con un programma radiofonico (Radiolella) mi ha permesso di evitare per un po’ il dramma della solitudine… anche se, sì, ci sono state giornate toste assaje. Il disco è stato un po’ la fotografia di un anno di intrattenimento fatto interamente in casa».
di Ilaria Ainora
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°223 – NOVEMBRE 2021
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