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San Remo non esiste e in Albania sanno cantare

Redazione Informare
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23 agosto 20176 min di lettura

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Da circa settantanni gli italiani con tutte le commistioni di sangue e lingue possibili fanno il loro esame di coscienza con le canzonette di un Festival di una città con il nome di un santo che non esiste. Sanremo è la declinazione di San Roemu, che in dialetto ligure significa San Romolo, teologo e vescovo genovese che difese Villa Matutiae (nome originario della città) dagli attacchi dei saraceni.

Chiami Remo e ti risponde Romolo, e viceversa pensi a Romolo e lo chiami Remo. Come quando nel focoso impeto d’amor dici a lei «Margherita, ti amo follemente!!!!» e, pacatamente, ti arriva il suo caldo sussurro all’orecchio – ti viene anche un po’ di prurito – «Carlhoho, anche io ti amho ma mi chiamho Francesca» e tu, facendo lo gnorri, rispondi «E che c’entra? anche io mi chiamo Francesco. A proposito ma chi è Carlo!». Non è un gioco, ma il sale della vita. Le vicissitudini, gli inciampi, le incomprensioni, gli equivoci che le canzonette vogliono raccontare della vita.

Chiami uno e ti risponde un altro, parli con una dandogli il nome di un’altra. Ed al Festival di Sanremo aspetti uno e si presenta un altro. L’attesa di una canzone per ritrovarti nel motivetto da canticchiare è frustrata dal rugghio della De Filippi. Un suono sordo e minaccioso, come quando i cani minacciano il morso. Ma come vado per grazia e trovo giustizia? Si usa un conduttore con questa voce per far risaltare il belcanto dei concorrenti. Una canzone, una canzone bella e sento quel gragnolio? Ti incupisci.

Ma subito dopo le belle cosce di una sgarzigliona come Diletta Leotta ti fanno passare dal rabbuiamento, dall’immalinconimento allo schiarimento, vedi il sole, ti viene il sorriso, anzi un risolino, e poi, alla fine, parte il fischio. Vi posso dire che non è stato un danno, neanche le ipocrisie sul vestito. Quel vestito la vestiva talmente bene che la denudava meglio. L’Italia delle mille lingue si è fatta sentire davanti al televisore. Fischi e lazzi. A Cormons «Ahh, Femine biele!», a Pescasseroli «Cumpà, che petècona!», a Matera «Uagnastedda frisca!», a Bologna «Oh, lo sprucajen!», a Genzano «Che ciumachella!», a Foligno «Che pecchia!». Un coro che Verdi lo avrebbe diretto con commozione.

Ma io ero lì, tra il pubblico, e quando è comparsa sul palco del teatro Ariston l’ho vista bene, era proprio lei. L’ho riconosciuta subito. Aveva tanti bei solchi sul viso. Non ha fatto il lifting, le rughe gli servono per raccogliere le lacrime. Perchè le lacrime non possono precipitare al suolo, devono fare tutto il giro, incunearsi, zigzagare, ondulare. Devono essere viste perché insegnano e spiegano le cose a chi le vede. La sofferenza non è mai fine a se stessa. Le lacrime corrono ma hanno bisogno delle rughe. Devono fare il giro tortuoso delle grinze del volto, come un torrente nelle increspature della montagna, zampillare ma non scivolare come se fosse niente. Le lacrime hanno il loro pudore. Ma quando l’ho ascoltata ho capito anche che aveva ancora tanto da dire. Ho sentito il suo odore che è un afrore. Un odore acre come il mosto in fermentazione, un odore umido che sa di Africa e Mediterraneo, di campagna e di gente che va in giro per il mondo. Quell’odore che ti fa sudacchiare quando dormi all’alba con i pensieri: il brinar dicono a Mantova.

É sempre bella e mi commuove la canzone popolare. Al 67° Festival di “San Romolo”, nel luogo della musica pop, si è fatta chiamare “Amara Terra Mia” e si è fatta accompagnare –  con molta discrezione – da Ermal Meta, un cantante italo-albanese. La musica popolare si distingue sia dalla musica colta (che potremmo semplificare in quella che in Occidente si chiama musica classica) che dalla musica pop (musica contemporanea di largo ascolto popolare sviluppatasi con il rock’n’roll ed il mercato discografico) ed è legata alle tradizioni culturali di determinati gruppi sociali e culturali, trasmessa anche oralmente ed in alcuni casi non si conosce l’autore anzi l’autore è il popolo stesso che pezzo a pezzo la compone e la canta.

“Amara Terra Mia” è la rielaborazione fatta nel 1973 da Domenico Modugno ed Enrica Bonaccorti di un canto popolare abruzzese che si chiama “Addije Addije Amore” edito, per la prima volta, nel 1964 da Giovanna Marini con il titolo “Cade l’oliva” nello spettacolo “Bella Ciao”. La canzone parla dell’amore per la propria terra che viene lasciata per cercare il futuro in un’altra parte del mondo. Un amore che sa di amaro.

Ci piace immaginare, anche se non abbiamo le prove, che questo canto sia stato influenzato dai connazionali dell’artista: gli arbareshe arrivati in Italia, e presenti anche in abruzzo, tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg per la progressiva conquista da parte dei turchi-ottomani dell’Albania e, in generale, di tutti i territori dell’Impero Bizantino, Se così fosse, ma tanto chi dice il contrario, Ermal Meta ha fatto un omaggio ad un genere (canzone popolare), ad un artista (Domenico Modugno), a due popoli (gli italiani – abruzzesi – e gli albanesi) e ad un sentimento (l’amore per la propria terra).

P.S.: Qualche tempo fa un amico italo-belga mi spiegava che il più grande compositore e cantante di canzoni francese, cioè quello che ha definito la canzone francese, è Jacques Romain Georges Brel (quello di ”Ne me quitte pas”) un belga. E questo ai francesi rode un po’, ma solo un po’. Io al mio amico rispondevo «È come se Domenico Modugno fosse albanese». Tutto torna, anche perché a noi non rode nulla.

Amara Terra Mia
Sole alla valle, sole alla collina,
per le campagne non c’è più nessuno.
Addio, addio amore, io vado via
amara terra mia, amara e bella.
Cieli infiniti e volti come pietra,
mani incallite ormai senza speranza.
Addio, addio amore, io vado via
amara terra mia, amara e bella.
Tra gli uliveti nata è già la luna
un bimbo piange, allatta un seno magro.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 167 Marzo 2017

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  • #Ermal Meta
  • #Festival di Sanremo 2017
  • #San Remo
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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