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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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«Semplificare la burocrazia per rilanciare l'impresa giovanile»: intervista ad Alessandro Marinella

Redazione Informare
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8 ottobre 20216 min di lettura

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«Semplificare la burocrazia per rilanciare l'impresa giovanile»: intervista ad Alessandro Marinella

Alessandro Marinella accoglie nei suoi 26 anni oltre un secolo di tradizione e consuetudini. Insieme al padre Maurizio, cura l’azienda di famiglia con sguardo nuovo e attento al futuro, senza mai dimenticare i valori e le peculiarità che hanno reso E. Marinella l’emblema mondiale dell’eleganza e della sapienza artigiana partenopea. Dalle sue parole traspare una lucida consapevolezza sui deficit dell’imprenditoria giovanile, in cui è però riuscito a farsi strada con determinazione, creatività e grande conoscenza del settore.

Quando hai iniziato a lavorare ufficialmente in azienda e di cosa ti occupi adesso?

«Ho iniziato nel 2017, appena tornato da Londra, dove ho scelto di trasferirmi dopo la laurea in economia. Avendo già svolto la gavetta da più piccolo, sono entrato direttamente con una posizione di tipo organizzativo manageriale. Durante i primi mesi ho dovuto comprendere i famosi processi aziendali, cioè come funzionasse Marinella. Le aziende familiari, infatti, a differenza di quelle multinazionali, sono basate non tanto sul ragionamento quanto sul modo di fare, su meccanismi ripetuti nel tempo, nati dalla pratica e non dallo studio. Io invece, un po’ come tutti i giovani, quando ho iniziato volevo applicare lo studio alla pratica, pensando come standard una realtà che invece non lo era. Così mi sono concentrato sulla gestione dei processi, cioè cercare di riadattare e di “aziendificare” il brand, senza però trasformare l’esperienza b2c: una persona che vive Marinella dall’esterno e si aspetta determinate cose, deve continuare a vivere la stessa esperienza di sempre. Bisogna cercare di innovare senza perdere la tradizione».

E quali sono le principale innovazioni che hai proposto?

«Sicuramente la creazione di un e-commerce, che prima non esisteva, poi l’approdo sui social e la digitalizzazione aziendale. Anche il profilo comunicativo è stato affinato: prima avveniva tutto in maniera ricettiva, erano i giornalisti a venire da noi e a pubblicare,  solo su carta, mentre ora studiamo appositi piani di comunicazione. Un’altra sfida è stata la spinta alla sostenibilità, che è ancora letta poco in azienda, ma che considero fondamentale. La collaborazione con Orange Fiber, un’azienda di Messina che ricava fibra tessile dalla buccia d’arancia, ha avuto grande risonanza mediatica. Inoltre, lavorando con degli ingegneri dei materiali, abbiamo ottenuto una lamina di plastica in polipropilene che si auto decompone lentamente, consentendoci di confezionare i prodotti con impatto ambientale zero. Queste sono le novità su cui cerco di spingere maggiormente, perché le considero anche molto attuali. Inoltre, adesso siamo in una fase di testing, per avvicinare il brand ai giovani; quando sono entrato in azienda l’età media era molto molto alta, Marinella veniva visto, e forse viene ancora visto, come un brand borghese, non accessibile a tutti. Quello che invece vorrei comunicare è di non considerare Marinella come “spocchioso”, come qualcosa a cui ci si avvicina solo per l’occasione e che poi si mette da parte nell’armadio, ma fare in modo che diventi parte della persona».

In realtà, entrando in negozio, la prima impressione che viene restituita è esattamente quello che tu dici: connessione con il cliente, cordialità, familiarità.

«Sai, a me piace descrivere questa cosa come marketing inconsapevole. Le aziende studiano dei piani di marketing su come accogliere il cliente, invece qui è una cosa naturale, che c’è sempre stata, abbiamo sempre accolto il cliente in un determinato modo, l’abbiamo sempre anche riconosciuto; a volte le persone vengono anche semplicemente per farsi una chiacchierata. Questa è un po’ la filosofia che abbiamo sempre cavalcato e che vorremmo sempre cavalcare. La vera sfida adesso è portare questi stessi valori, che vivono le persone in negozio, anche sul digitale».

Hai sempre saputo che questa sarebbe stata la tua strada?

«Il pensiero di fare altro mi è capitato di averlo, ma desideravo continuare l’azienda di famiglia. È un mondo che ho sempre vissuto dall’interno, percependolo quindi non come un lavoro, ma anzi come una seconda casa. Tra l’altro, guardando la gioia e la dedizione di mio padre, non ho mai visto neanche i lati negativi o la pressione del gestire un’impresa, nonostante adesso la tocchi con mano, ma fa parte del gioco e mi piace. Se avessi dovuto seguire i miei hobby, amo molto cucinare e forse avrei fatto il cuoco, oppure lo psicologo, ma sono quei pensieri che ti vengono così».

A proposito di cibo, tu sei attivo anche nel settore del food: hai fondato infatti “Marchio Verificato”. Ce ne parleresti?

«Certo. Durante il mio anno a Londra, con altri amici napoletani avevamo difficoltà a trovare prodotti italiani di qualità, o almeno non a prezzi esorbitanti. Ti racconto questo piccolo aneddoto: dovevano venire mio padre e mia zia a trovarmi a Londra e volevo cucinare uno spaghetto alla Nerano. Comprai il Parmigiano Reggiano, il Provolone del Monaco, il basilico e, mi ricordo, nove zucchine, pagando £ 90, cioè l’equivalente di € 110 circa.

Per cui decidemmo di creare un marchio che promuovesse davvero la qualità del cibo, partendo da qualcosa che ci piaceva e che parlasse del territorio; così il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio è stato il nostro primo prodotto. L’azienda si è poi sviluppata, siamo passati alla pasta, al pomodorino giallo e da poco abbiamo lanciato anche il San Marzano. Per ognuno di noi quattro soci, Marchio Verificato è un secondo lavoro, che però ci sta dando molte soddisfazioni, permettendoci di fare esperienza sul campo. Se posso fare una riflessione a riguardo, noto che sempre meno giovani vogliono diventare imprenditori e creare una propria azienda. Vi è una super burocrazia e avviare un’attività significa sostenere spese per procedimenti burocratici che è veramente difficile conoscere finché non ci si trova ad affrontarli, soprattutto per dei ragazzi. Questo costituisce un’enorme barriera all’entrata. Un altro problema attuale per un’azienda media è la privacy, perché essere in regola con la normativa comporta un grande dispendio di ore di lavoro e di costi».

Una soluzione per i giovani che vogliono approcciarsi all’imprenditoria avallando tutte queste difficoltà quale potrebbe essere secondo te?

«Io credo che ci vorrebbe più educazione, cioè da un lato queste cose dovrebbero essere studiate all’università e dall’altro bisognerebbe anche cercare di rendere un po’ più semplici i procedimenti burocratici. Si è passati dalla totale disorganizzazione ad un’organizzazione estremamente capillare. Anche le direttive europee che gravano sull’Italia sono particolarmente difficili da attuare in questo ambito, se si pensa, ad esempio, che un’azienda bisognosa di finanziamenti per avviare nuove attività deve garantire che una parte cospicua di queste sia destinata ad una transizione ecologica. Ma noi in Italia siamo ancora molto lontani da una conversione ecologica fattiva e tutto questo crea un gap enorme, poiché su 100 aziende solo una è in grado di adattarsi. Tutte le altre muoiono».

di Lucrezia Varrella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°222 – OTTOBRE 2021

 

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  • #Alessandro Marinella
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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