

«Io ho sempre guardato con perplessità chiunque abbia ritenuto risolto nella verità giudiziaria un episodio come quello di Moro. La verità giudiziaria è importante, fatta di inchieste, indagini, prove, ma la verità storica è più complessa e anche più vera. In questa vicenda Piperno non è né vittima né carnefice. Lui, a mio avviso, non è un organizzatore dell’agguato di via Fani, ci entra. E io non ho mai sciolto dentro di me il dubbio se sia stata la mia richiesta a far muovere lui, Pace e tutta quell’area dell’Autonomia o se è stato lui invece a cercarci attraverso il rapporto stretto che aveva con Scialoja. Quindi Piperno entra in questo complicato sistema di rapporti e si ritaglia un ruolo, diciamo così, di facilitatore. Lei mi chiede se fosse in buona fede. Anche qui la risposta è complessa. Lui è sicuramente in buona fede nel senso che vorrebbe la liberazione di Moro, anche perché è la soluzione del sequestro che lo gratificherebbe di più politicamente, ma nello stesso tempo lui sa di non avere una capacità di decisione diretta. Allora in questo quadro che le sto descrivendo c’è un elemento che mi fa tutto sommato considerare irrilevante il discorso sulla buona fede o meno di Piperno: col passare del tempo mi sono convinto che il tavolo sul quale stavamo giocando le nostre carte era scomparso da tempo rispetto a un percorso di decisioni che venivano prese secondo una filosofia diversa del significato e della gestione del rapimento di Moro. Su questo io la inviterei a riflettere bene. Quando io quattro anni fa le dissi che la sua domanda sulla buona fede o meno di Piperno e Pace era intelligente, lo feci perché lei in qualche maniera in quella nostra conversazione telefonica avanzò il dubbio che nessuno allora avanzava. Tuttavia l’essere in buona fede o mala fede non è solo un problema personale di Piperno e della sua coscienza, ma è un problema del sistema di relazioni e di rapporti che in quel momento si stavano definendo all’interno del movimento. Noi non sapremo mai con chiarezza il grado di penetrazione del Sistema dei servizi, e parlo non a caso di sistema, all’interno del fenomeno terroristico di quegli anni».
«Autonomia Operaia per come me la ricordo io pensava di essere l’anima politica di un movimento del quale le Brigate Rosse dovevano essere il braccio armato, ma non era così. L’ Autonomia non poteva garantire a chi aveva scelto la lotta armata sostegno logistico e appoggio militare e questo porta fatalmente all’intreccio tra Sistema dei servizi e terrorismo armato. Se si deve addebitare qualche debolezza a Piperno una è sicuramente quella di aver creduto che Autonomia Operaia potesse svolgere un ruolo di questo tipo, l’essere convinto che potesse influenzare e orientare il partito armato. Così non fu».
«Mi permetta, innanzitutto, di mettere in chiaro una cosa: col tempo ho maturato la convinzione che l’operazione che viene messa in piedi a via Fani sia stata un’operazione non addebitabile esclusivamente ai brigatisti, ma di natura mista in cui tutto quello che io chiamo il Sistema dei servizi, il sistema della sottopolitica aveva un solo obiettivo in Italia: far fallire l’esperimento di ingresso organico dei comunisti prima nella maggioranza e poi nel Governo. Il rapimento di Moro è un incrocio fra una ricerca da parte del Sistema dei servizi di trovare un modo per bloccare questa evoluzione e la legittimazione pubblica che il partito armato ricercava studiando il modo e le forme attraverso le quali raggiungere in modo clamoroso questo obiettivo. Moro, e questa è una mia profonda convinzione, non viene scelto a caso e fin dall’inizio la vicenda prefigura la sua fine. Da questo bisogna far partire qualsiasi ragionamento perché è da qui che vengono condizionate tutte le successive evoluzioni. Non considerammo mai l’agguato di via Fani come un’operazione di criminalità interna e in quei giorni tenemmo attentamente presente il possibile ruolo del Sistema dei servizi. E in questo, devo dire, ci fu anche una partecipazione intelligente. Lei sicuramente ricorderà il viaggio di Napolitano a Washington mentre Moro è prigioniero. Napolitano non voleva andarci, ma fu obbligato da Berlinguer con l’obiettivo di far capire come le cose stavano evolvendo».
«Non hanno avuto nessuna influenza, non ci rivelarono nulla che non avessimo già pensato. Capimmo subito che l’episodio del lago della Duchessa era un depistaggio mirato, finalizzato a farci intendere che una stagione del sequestro si era chiusa e ne era cominciata un’altra e con quell’episodio già allora maturai il dubbio che i guardiani di Yalta vollero sostanzialmente farci capire che potevano fare quello che volevano e quello che volevano era la morte di Moro. Nonostante questi dubbi non lasciai nulla di intentato consapevole che, nonostante Piperno avesse dei limiti, non potevo lasciar cadere un’opportunità del genere».
«Non ci ho mai parlato. A me lui non è stato mai presentato quando mi incontravo con Piperno».
«Onestamente no. Io sapevo ovviamente chi era, ma ho preferito non aprire percorsi che non avrei potuto controllare. Piperno invece lo conoscevo, potevo controllarlo, avevamo vissuto insieme una stagione universitaria, Pace invece non sapevo chi era e non volevo neanche saperlo».
«No, per carità. Semplicemente perché non ho mai voluto sapere i rapporti di Piperno. Se io l’avessi saputo diventavo complice di un reato».
«Alcuni di loro avevano capacità intellettuali, altri facevano parte di un sistema di relazioni che era autoreferenziale. Non si dimentichi mai i famosi salotti…»
«Si, lei è maligno. Diciamo che la mia convinzione è che in tutta questa vicenda sia stata costruita una verità ufficiale alla quale hanno fortemente concorso coloro che operavano sul versante della verità giudiziaria e coloro che hanno partecipato alla verità storica. Però la cosa non è affatto conclusa perché la verità giudiziaria è stata costruita sulla base di un memoriale, quello di Morucci, al quale non ci crede più nessuno. E partendo da questo le dico una cosa ancora peggiore: non ci sarà mai una verità, perché noi abbiamo vissuto un momento di tale complessità e durezza che non è riconducibile alla semplice ricostruzione di un fatto….»
«Assolutamente! Infatti è questo uno dei motivi per i quali il giorno dopo l’assassinio di Moro, presi le carte, le chiusi e dissi: parliamo di economia».
«Quella di Calogero fu un’inchiesta molto importante che venne delegittimata. Lui aveva ragione, ma fece l’errore di ideologizzarla. Aveva però individuato un percorso che poi fu avviato da altri e cioè tutto quel discorso sulla scuola di lingue Hyperion di Parigi. Mi ha molto colpito la considerazione che Lei fa su Hyperion come strumento degli altri e su questo non posso andare oltre una semplice intuizione e percezione…»
«Che c’è qualcosa e anche qui il mio è un discorso, come dire, volgare che segue il denaro: chi sosteneva economicamente questa scuola di lingue? In che maniera veniva mantenuta? Era una realtà che sicuramente costava molto».
«No, non l’ho mai conosciuto».
«Craxi mi disse che non lo considerava uno degli inner circle. Qui c’è però da precisare che nell’inner circle craxiano di Milano c’era un’ampia area anticomunista, alla Simioni per intenderci. Quindi a Milano c’era una realtà che può far pensare a una contiguità. Tuttavia, Craxi non ha mai consentito a Simioni di operare per suo conto. Simioni lo definireei come una scheggia impazzita con dietro una filosofia di contiguità al Sistema dei servizi».
«Ci entra a seguito del manifestarsi di quella rottura interna al movimento brigatista di cui abbiamo parlato prima…»
«Questo non lo so. E poi forse Moro non era lì, si ponga anche questa domanda».
«Sì, lo dice, ma non è detto che Moro fosse lì, anzi probabilmente non era lì».
«Io conoscevo bene Moro, perché avevamo anche un rapporto personale. L’idea che Moro si metta a raccontare i segreti di Stato non esiste al mondo. Ci fu sicuramente lo sfoltimento del memoriale, ma la gente pensa che siano state censurate chissà quali informazioni. Le faccio l’esempio di Gladio, che fu molte volte oggetto di conversazione con Cossiga. Lo sapevamo tutti che c’era Gladio e che era una cosa rientrante quasi negli adempimenti doverosi. Io escludo che Moro sia stato il rivelatore di chissà quali cose durante la prigionia».
«Io la vedo in un modo molto più semplice. All’inizio le BR sono convinte che Moro possa rivelare chissà quali informazioni o segreti di Stato e quindi annunciano la volontà di non tenere nascosto nulla, ma poi scattano due cose: la prima è che i brigatisti si rendono conto che Moro ha il controllo delle cose che dice. La seconda è che ormai la morte di Moro è stata decisa e quindi non conviene enfatizzare continuamente gli interrogatori di Moro perché ci si avvia ormai verso il tragico finale. E credo che tutto questo, dal tono delle ultime lettere, Moro non l’avesse capito».
di Salvatore Ventruto
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