
Daniela Marra, curatrice della collettiva fotografica “Lo sguardo eterno” allestita in Casina Pompeiana dal 6 al 16 novembre, ha permesso a tutti i visitatori della mostra di rispondere a questa interessante e nel contempo complessa domanda che affonda le sue radici nella psicanalisi e nella corrente letteraria del Decadentismo.
Un’immagine fotografica sortisce nell’osservatore un richiamo immediato ad un ricordo – che, a sua volta, è il prodotto dell’interazione con l’altro – e per questo, la fotografia possiede un potenziale comunicativo non indifferente e funge da collante fra le persone che la osservano e gli individui o gli oggetti ritratti in questa.
«L’immagine – così Marra – racchiude sempre qualcosa che è altro da sé. Quindi, nel guardare una foto, può venir fuori in modo involontario un’emozione che a sua volta ci rimanda proustianamente a un ricordo. Trattasi, dunque, di un ricordo che passa non per la razionalità ma per la sfera dell’irrazionale».
Il concetto di “memoria involontaria” riecheggia spesso nei romanzi di Marcel Proust e Marra nella sua mostra ne tiene in gran conto; infatti, secondo lo scrittore francese, un odore, un sapore o un qualsiasi elemento a noi conosciuto, rievoca in automatico qualcos’altro o qualche situazione o condizione che ci lega in modo particolare a un determinato ricordo. E questo non è possibile controllarlo; non è, appunto, deliberato. Si tratta di un fenomeno psichico che avviene e basta, senza nessun controllo razionale da parte della persona.
La fotografia, pertanto, gioca un ruolo principe in questo meccanismo simbolico di rievocazione del ricordo.
Da questa analisi è possibile dedurre che fra i numerosi scatti caratterizzanti la collettiva fotografica, ce n’è uno che più sintetizza il significato dell’intera mostra: quello dell’immagine della bambina nella scuola di danza con una porta semiaperta.
«Una porta spalancata sulla memoria – ha illustrato Marra a proposito di questo scatto – che laddove il ricordo arriva, se ne percepisce un’immagine sfocata e non definita». Non a caso la foto in bianco e nero della giovane danzatrice si distingue da tutte le altre immagini proprio per questa sua sfocatura che rappresenta il ricordo vissuto attraverso l’emozione – dunque opaco – e che pian piano diviene nitido nel momento in cui passa attraverso il filtro della razionalità.
“Lo sguardo eterno” si è configurato proprio come un ‘luogo’ in cui razionale e irrazionale si sono incontrati e hanno originato, così, un sentimento che non conosce categorie spazio-temporali; per questo è ‘eterno’,è senza tempo e fluttua nella memoria.
di Sara Ramondino
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