
Sono tante, ormai troppe, le storie di chi, alla ricerca di migliori prospettive lavorative o formative, si è visto costretto a lasciare il Sud per trasferirsi nelle città del Centro-Nord o addirittura all’estero. È la legge non scritta del Meridione, terra infame che ti conquista e poi ti lascia andare. Ma se è vero che “dal letame nascono i fiori”, i cambiamenti progressivamente introdotti in questi due anni di emergenza sanitaria potrebbero cambiare definitivamente le carte in tavola. L’hanno chiamato South Working e potrebbe essere la nuova frontiera per fermare lo spopolamento e rilanciare il Sud.
Fino al 2018 l’Italia era tra i Paesi europei che meno utilizzavano lo smart working. Una realtà quasi sconosciuta, eppure per fronteggiare l’emergenza da Covid-19, il mondo del lavoro ha dovuto reinventarsi. Moltissimi lavoratori hanno colto l’occasione per rientrare nella propria regione e svolgere da lì la propria attività. Secondo l’ultimo rapporto Svimez sarebbero 45 mila i lavoratori delle grandi imprese del Centro-Nord che dall’inizio della pandemia lavorano in smart working dal Sud.
La situazione non è molto diversa per gli studenti universitari: secondo il sondaggio svolto dal portale per studenti skuola.net almeno un fuorisede su cinque ha deciso di tornare “a casa”, mentre tantissimi sono gli studenti che impossibilitati a prendere parte alle lezioni “in presenza” per motivi personali o spesso economici (costo di vita più alto), preferirebbero che si affiancasse ai tradizionali strumenti della didattica universitaria in presenza la possibilità di accedere alle lezioni da remoto.
E se non si trattasse solo di una situazione emergenziale? Se questa fosse l’occasione per superare, o per lo meno affiancare, le forme classiche di lavoro a favore di una modalità alternativa, più flessibile e intelligente? Non si può negare che, dopo anni in cui l’esodo è stato l’imperativo categorico per realizzarsi, lo smart working abbatta le distanze, dando la possibilità, anche a chi vive al Sud e nelle zone periferiche, di accedere alle opportunità di carriera (e formazione) desiderate, senza essere costretti a lasciare la propria “casa”.
Un’interessante opportunità per mettere fine allo spopolamento del Sud e ridurre il divario economico-sociale, creando un rapporto più equilibrato fra le regioni italiane. Uno stimolo agli investimenti, a intervenire sulla carenza dei servizi, sul digital divide e la creazione di spazi di lavoro comuni. E perché no, un pretesto per fare impresa al Sud.
A emergenza conclusa molte aziende potrebbero chiedere ai loro dipendenti di rientrare in sede. La vera sfida è andare oltre la logica emergenziale, trasformando quelli che sono stati cambiamenti necessari in innovazione e regolamentando le nuove modalità.
Di certo non si torna indietro (si spera), ma le condizioni saranno tutte da vedere.
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°225 – GENNAIO 2022
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