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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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SPECIALE. Il magistrato e la società civile: l'intervento del direttore del Centro Fernandes Antonio Casale

Nicola Iannotta
Nicola IannottaRedazione Informare
22 luglio 20228 min di lettura

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SPECIALE. Il magistrato e la società civile: l'intervento del direttore del Centro Fernandes Antonio Casale

Indice (1)

  • 1Le sue dichiarazioni per Magazine Informare
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è fatto promotore di un convegno di gran rilevanza e per la cui sede è stata scelta Castel Volturno: città simbolo di enormi potenzialità che hanno avuto difficoltà ad emergere a causa di un connubio tra malagestione politica e criminalità organizzata. Il convegno ha un titolo emblematico: “La valorizzazione del territorio: il ruolo della società civile e il contributo del magistrato”. Ad esplicitare questo tema autorevoli relatori del mondo della magistratura e dell’avvocatura. Di seguito l’intervento del direttore del Centro Fernandes Antonio Casale:
«Voglio evocare la memoria e ricordare il gesto eroico di Said, il migrante che si è sacrificato per salvare la vita di due bambini che erano stati trascinati via dalla corrente del mare. Said è un po’ la sintesi di quello che è il nostro lavoro; di quello che è iniziato 30 anni fa con l’accoglienza nelle parrocchie dei migranti, che erano le uniche aperte a questi nuovi cittadini, un po’ strani, neri, che arrivavano qui e che erano utilissimi nelle campagne, ma che dovevano scomparire dopo il lavoro nei campi.
Loro non esistevano per nessuno, né per la società, né per la legge, né per niente, erano solo animali da soma. Questa realtà dura da 30 anni e, da allora, la situazione non è cambiata molto. All’inizio la Chiesa fu tra le prime ad essere presente e ad accogliere queste persone. Il cammino di preparazione al contenimento del fenomeno della migrazione confluì alla fine degli anni ‘80-’90 con l’istituzione del Centro Fernandes, che voleva essere il punto di arrivo e di partenza di un discorso di accoglienza e integrazione dei migranti.
Stiamo parlando del 1996. Questa sfida fu raccolta attraverso un tentativo, che è stato profetico e che oggi sarebbe difficile anche ripetere. All’epoca si creò una sinergia fra il comune di Castel Volturno, Regione Campania e Caritas, per costruire il primo centro di accoglienza e di integrazione della Campania.
Attenzione: in genere le opere della Chiesa assumono nomi biblici, molto evocativi, come “La tenda di Abramo” “La casa di Mosè”; questa qui, pur essendo un’opera della Chiesa, fu subito chiamata Centro Immigrati Campania, senza aver paura di nominare la parola “immigrato”, come oggi purtroppo accade, perché l’idea era quella di valorizzare, non tanto il territorio e le sue risorse, ma le sue persone.
Bisogna ricordare che noi stavamo affrontando un fenomeno epocale di persone che arrivavano sul nostro territorio, portatrici di altre culture, di altri valori, con altre energie vitali. Noi ci trovavamo di fronte a un tesoro che andava valorizzato e questa è stata la sfida del Fernandes, che poi si è trasformato in accoglienza, in ufficio di consulenza legale.
Lasciatemi dire alla magistratura qui presente: noi in ufficio abbiamo difficoltà enormi per ottenere i documenti, i permessi di soggiorno, perché le leggi non sono adeguate.
L’unico baluardo sicuro che noi abbiamo è il ricorso alla magistratura: quando un permesso di soggiorno sembra essere ormai alla deriva, c’è il ricorso alla magistratura che riesce realmente a far valere i diritti fondamentali della persona. In quest’occasione non posso non ricordare la strage del 2008, che ha visto vittime sei ghanesi innocenti, trucidati come mosche in un raid di questo boss del clan dei casalesi chiamato “L’Animale”.
Durante il processo la testimonianza fondamentale fu quella di un altro immigrato, medaglia d’oro al valor civile, che non ebbe paura di denunciare quello che aveva visto, pur essendo stato ferito a morte. Lui era caduto sotto un altro povero ragazzo, di cui racconta che “ha raccolto gli ultimi respiri” e vide questi criminali a volto scoperto uccidere tutti i presenti fino all’ultimo.
Grazie alla sua testimonianza “L’Animale” fu condannato a 4 ergastoli. Lui e tutti i suoi complici, mentre la Corte di Appello dichiarò, sia in primo grado che in secondo, che c’era stato nell’assassinio dell’odio razziale. Per la prima volta in una sentenza per un processo di camorra si dichiarava la presenza dell’odio razziale.
Soltanto la magistratura, che ha un compito, una missione sociale, poteva arrivare a questo verdetto. Ma ritornando al Centro Fernandes, la nostra missione è stata sempre quella di promuovere la persona migrante come persona al pari di tutti, attraverso una serie di servizi e soprattutto con una rete di legami con le associazioni del territorio.
Come Caritas ci poniamo, non in concorrenza, ma in relazione con le altre associazioni. Oggi siamo parte di una rete solidale e siamo contenti di poter offrire la nostra esperienza a tutti gli altri, affinché la persona migrante diventi parte di questa società e non venga malvista come problema».

Le sue dichiarazioni per Magazine Informare

Quali sono le maggiori difficolta che un migrante affronta e vive sui luoghi dove egli stesso cerca di integrarsi?

«La prima difficoltà è il riconoscimento. Il primo passo che questa realtà locale deve fare è accettare il fenomeno. Ci siamo chiamati Centro Immigrati Campania, senza mascherarci sotto pietismo o buona volontà; e anche la realtà locale e le istituzioni dovrebbero accettare questo fenomeno e non viverlo sempre e solo come un’emergenza o come un fatto inevitabile che è capitato.

Io dico sempre che il degrado non l’hanno creato gli immigrati e questo convegno ne è una testimonianza. Ma non possiamo nemmeno dire che gli immigrati sono il prodotto del degrado, perché se facciamo questa assimilazione li paragoniamo ad un degrado.

Io direi che gli immigrati sono stati qui accolti solo dal degrado e non da chi doveva accoglierli cioè le istituzioni. Loro hanno trovato l’unica accoglienza possibile nel degrado, nella povertà, perché è mancato il resto.

Noi, come Centro Fernandes, facciamo quello che possiamo, ma le istituzioni da 30 anni dovrebbero assumere la consapevolezza di questa presenza. Il sindaco di Castel Volturno dice che “l’integrazione è spontanea”: è falso. Se non ci fosse questa rete di associazioni e il Centro Fernandes come presidio, quando un immigrato ha un problema non viene al comune, che purtroppo spesso è chiuso o non ci sta nessuno, ma viene da noi, o va dai padri comboniani o da qualche altra associazione.

Quindi se a Castel Volturno c’è integrazione lo dobbiamo anche allo sforzo di queste associazioni e al fatto che l’immigrazione cresce, si stabilizza e si consolida, per cui i figli dei migranti vanno normalmente a scuola. Non c’è un fenomeno di dispersione scolastica, ma è presente, invece, una difficoltà nell’andare a scuola, una mancanza di servizi. Noi supportiamo tutte queste realtà. Ma se queste persone non avessero trovato il supporto delle associazioni, cosa avrebbero dovuto fare?».

Di cosa avete bisogno?

«Abbiamo bisogno che si recuperi lo spirito originario del Centro Immigrati Campania, ovvero quello di un centro nato dalla sinergia tra Regione Campania, Comune e Diocesi del territorio. Tutti insieme dobbiamo stilare una Convenzione che sia riconosciuta, così da progettare insieme senza disperdere tanto danaro pubblico in cose ripetitive e inutili. Perché deve ancora essere tutto canalizzato e orientato verso il vero bisogno, che non sempre viene colto».

A Castel Volturno si può parlare di comunità quando la metà delle persone che vivono qui sono relegate ai margini e non hanno una propria figura rappresentativa nei ranghi dell’amministrazione?

«Tutte le persone che sono in un luogo e condividono il territorio e le sue risorse sono di fatto una comunità. Il problema è come si costruisce una comunità. Non basta esserci: è qui il problema. Mancano quegli strumenti di partecipazione civile: la facilità nell’accesso alla partecipazione di tante persone più svantaggiate. Qui gli svantaggi sono la lingua, i documenti, la regolarità. Una volta predisposti e resi efficienti tutti questi strumenti, allora sì che si può iniziare a parlare di comunità piena».

Noi abbiamo parlato di “società civile”, ma lei ha sottolineato come sia incongruo utilizzare l’aggettivo civile quando uno straniero che giunge sulle nostre terre viene respinto…

«Le regole ci vogliono. Qualunque società deve avere le sue regole. Queste servono per facilitare e migliorare la vita delle persone, non per creare ostacoli inutili. Molte delle regole che ci sono, legate ai cittadini stranieri, sono dei lacci inutili e generano anche insofferenza da parte delle stesse persone, che si sentono vittime di un trattamento ingiusto. Quando c’è un ritardo enorme nel rilascio del permesso di soggiorno, non puoi fare alcune azioni fondamentali perché ti manca quel pezzo di carta. Per me questo è importante: rendere facile l’accesso a chi vuole vivere legalmente, onestamente e lo dimostra con i fatti, e non creargli impedimenti inutili che a loro volta creano l’illegalità».

Tags
  • #antonio casale
  • #Speciale Magistratura
Nicola Iannotta
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