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"STOP al lavoro nero!": la cruda realtà del Sud Italia

Patience Montefusco
Patience MontefuscoRedazione Informare
2 marzo 20225 min di lettura

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"STOP al lavoro nero!": la cruda realtà del Sud Italia

“STOP al lavoro nero!”: la cruda realtà del Sud Italia

In molti settori lavorare in nero è una prassi consolidata. È purtroppo un modus operandi tipico del nostro Paese e della nostra regione, la Campania, in particolare. Sono le realtà territoriali locali che soffrono maggiormente di questa vera e propria emergenza sociale. Secondo un estratto di un articolo de “Il Sole24ore”, i dati sul lavoro sommerso sono davvero scoraggianti:

«Tre le regioni più in difficoltà: Calabria, Campania e Sicilia. L’incidenza è molto alta nel Mezzogiorno (19% del valore aggiunto), sopra alla media nel Centro (14,2%) e inferiore nel Nord-est (11,9%) e nel Nord-ovest (11,4%). La Calabria è la regione in cui il peso dell’economia sommersa e illegale è massimo, con il 20,9% del valore aggiunto complessivo, seguita da Campania (20%) e Sicilia 19,2%».

Anche la piccola realtà territoriale di Castel Volturno vive questo dramma da cui non si riesce ad uscire. Per contrastare attivamente questo fenomeno così diffuso, da un lato è necessario che lo Stato intervenga offrendo maggiori tutele lavorative e contrastando gli imprenditori che sfruttano il lavoro irregolare, dall’altro bisogna che i lavoratori irregolari facciano emergere queste inaccettabili condizioni di sfruttamento, inaccettabili per un paese che vede nel lavoro il fondamento della propria Costituzione e la ragione della sua democrazia.

L’esperienza di una giovane ragazza di Castel Volturno che lavora per un noto imprenditore del territorio, è emblematica di questa situazione. Dal suo racconto emergono dettagli importanti, aspettative deluse, sogni e speranze umiliati di una giovinezza che stenta a trovare la strada del proprio futuro.

A parlare è M.U., 24 anni.

Da quanto tempo lavori per questa nota realtà imprenditoriale di Castel Volturno? Qual è la tua esperienza di lavoro in nero?

«Lavoro per un imprenditore molto conosciuto qui a Castel Volturno dall’estate del 2020. Dopo il diploma ho iniziato a lavorare con grande entusiasmo come segretaria presso il suo studio. Per noi giovani, anche uno stipendio minimo può significare davvero tanto.

All’inizio ti basta poco, ti accontenti di ciò che ti occorre per poter uscire, per essere autonomi il più possibile, non dar conto e non dover pesare in famiglia per le proprie necessità. Poi cresci, passa qualche anno e le esigenze cambiano.

Dopo un anno di lavoro, inizia a pesarti moltissimo il fatto di essere stata assunta senza alcun contratto regolare per un lavoro full time (dal lunedì al sabato per otto/nove ore) che non offre alcun tipo di tutela. È un lavoro a tempo “indeterminato”, ma con un contratto volatile e volubile.

Cominci a pentirti di aver accettato determinate condizioni, di aver buttato via tempo prezioso senza aver un solo contributo utile per la pensione, un miraggio scandaloso per noi giovani. Allora ti fai coraggio, chiedi al tuo datore di lavoro di essere assunta regolarmente, ma lui non vuole nemmeno sentirne parlare».

Cosa fai in quel momento?

«Provi a spiegargli le tue esigenze, cioè la necessità di dover ottenere un finanziamento per accedere ad un prestito per l’acquisto di un’auto, cosa indispensabile sul nostro territorio. Le tue parole cadono nel vuoto, non ottieni nulla di quanto sperato, la conversazione viene fermata, ignorata, senza alcuna possibilità di dialogo futuro come se quella richiesta. Ma ciò che chiedo è conforme alla legge.

Continuare a lavorare in quell’ambiente dove guadagno soldi in nero, dove mi viene negato il futuro che poteva iniziare con l’acquisto di un’auto, non ha deluso solo le mie aspettative, ma mi ha fatto sentire un fantasma. L’impossibilità di trovare un altro lavoro nell’immediato, mi ha costretto a restare lì ancora per un po’ di tempo, poi però ho deciso di andar via e ho iniziato a denunciare quanto mi è successo, a parlarne il più possibile perché tutti si possano rendere conto delle distorsioni ricattatorie che emergono.

Come si può pensare di far rinascere una terra così martoriata come quella di Castel Volturno se non si decide di investire sui giovani? E come è possibile schiacciare in questo modo la vera risorsa, la forza motrice dell’apparato lavorativo? Se ai giovani togli la speranza di lavorare con tutte le garanzie e le tutele previste dalla legge, non vedo alcuna luce nel futuro di Castel Volturno e di questa nazione».

Quale messaggio vuoi trasmettere a chi sta leggendo questa intervista?

«La mia esperienza non è diversa da tante altre, anzi, fa parte di un meccanismo di ordinaria illegalità, nulla di straordinario. Non oso immaginare quante altre persone si trovino in condizioni decisamente peggiori, con orari di lavoro massacranti, condizioni di sicurezza insufficienti e inesistenti, turni di lavoro estenuanti. Sono convinta che se tutti raccontassero la propria esperienza, senza timore di conseguenze e senza accettare compromessi ignobili, qualche piccolo cambiamento potremmo iniziare a vederlo.

Se fossimo tutelati come chi si ribella al racket, potremmo fare nomi e cognomi sapendo che continueremo ancora a lavorare qui nel nostro paese. Bisogna fare fronte comune, denunciare questa omertà, parlare e combattere i meccanismi perversi che si insinuano sempre più subdolamente nella nostra realtà. La verità viene sempre a galla, chi dovrà pagare, pagherà senza alcun tipo di sconto, ma chi di noi avrà veramente giustizia? Chi specula sugli altri per alimentare il proprio conto in banca, ricchezza inutile perché nascosta, sa bene che alimenta un circolo vizioso di illegalità da cui, prima o poi, uscirà sconfitto. O forse no?».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°227 – MARZO 2022

Tags
  • #lavoro nero
  • #realtà
  • #sud italia
Patience Montefusco
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