
Leonardo Abazia, psicologo psicoterapeuta e direttore dell’Istituto Campano di Psicologia Giuridica di Napoli, ci presenta il suo nuovo libro per la casa editrice Franco Angeli, “Supervisione e psicoterapia, un’alleanza vitale”, che offre al lettore una breve panoramica storica e teorica della supervisione, esplorando diversi temi quali transfert, controtransfert, supervisione diretta e indiretta con condivisione o meno del modello. Tutto ciò al fine di integrare i diversi saperi in materia di supervisione raccogliendo le indicazioni sia dell’APA che degli orientamenti psicoterapici presenti in Italia. Abbiamo incontrato l’autore del libro per esplorare insieme i contenuti di questo lavoro.
«L’idea di questo progetto è nata dalla mia esperienza di supervisione presso una scuola di specializzazione. Nel corso degli anni ho cercato indicazioni in vari testi sulla supervisione, tuttavia, non sono riuscito a trovare sufficienti materiali utili che potessero coadiuvarmi nel lavoro e le pubblicazioni esaminate non offrivano il supporto necessario per risolvere le problematiche che ci trovavamo ad affrontare. Questo mi ha portato a pensare di raccogliere e mettere per iscritto le riflessioni e le soluzioni sviluppate negli anni di lavoro sul campo. Il libro, quindi, nasce anche su richiesta degli studenti, che cercavano una guida più chiara e indicazioni pratiche per affrontare il lavoro di supervisione. Infatti, alla fine del testo, è stato incluso uno schema con linee guida pensato per supportare gli studenti nella presentazione dei casi di supervisione».
«Gli elementi importanti da considerare nella creazione di una buona alleanza terapeutica nella supervisione sono molteplici. Alcuni riguardano la condivisione di una epistemologia condivisa, e ciò facilita l’adozione di un terreno comune, sul quale imbastire una comunicazione funzionale. Al di là di tutti gli aspetti positivi, un approccio del genere rischia di incanalare entrambi in una lettura univoca e potenzialmente restrittiva della situazione. Un altro elemento chiave è la capacità di accogliere e affrontare le fragilità dell’altro, riportandole ed elaborandole insieme con rispetto e sensibilità. Un buon supervisore deve saper riconoscere e mettere in luce le difficoltà del supervisionato, analizzandole insieme per comprenderne l’origine e affrontarle, senza svalutare il lavoro dell’altro. Questo processo richiede delicatezza e tatto, evitando di generare sensazioni di inadeguatezza. Infine, un aspetto cruciale è favorire sia l’attivazione del transfert che del controtransfert da parte del supervisore, arricchendo così il percorso di supervisione e permettendo un’elaborazione più profonda ed efficace delle dinamiche emergenti».
«La collaborazione per questo libro è stata diversa rispetto a quelle precedenti. Mentre in passato ci si avvaleva principalmente di giovani collaboratori o tirocinanti legati all’Istituto Campano di Psicologia Giuridica, questa volta l’obiettivo è stato quello di coinvolgere validi professionisti italiani rappresentanti dei diversi approcci presenti nel nostro paese; tale modalità aveva anche lo scopo di rappresentare una varietà di modelli di supervisione significativi. L’esigenza alla base del libro era quella di offrire al lettore una panoramica ampia dei modelli e delle modalità di supervisione presenti sul territorio nazionale. Ho richiesto ai colleghi un contributo che andasse ad approfondire il proprio modello di riferimento, con l’intento di offrire al lettore l’opportunità di esplorare e individuare gli elementi che qualificano i diversi approcci e cercare, successivamente, una sintesi e/o elementi comuni tra questi».
«Il titolo evidenzia l’importanza dell’interazione costante tra il lavoro di psicoterapia e quello di supervisione. In passato, questo ruolo era spesso affidato al didatta. Un esempio emblematico è rappresentato dalle “lezioni del mercoledì” di Freud, dove la funzione di guida nelle buone prassi di supporto al lavoro dello psicoanalista si sovrapponeva al ruolo del didatta. Con il tempo, pur mantenendo un forte legame tra i due ambiti, la supervisione ha assunto una funzione sempre più autonoma rispetto alla formazione. Oggi, infatti, molte scuole di specializzazione assegnano questo compito a figure specialistiche, distinte sia dal didatta che dallo psicoterapeuta del professionista,in modo da garantire un approccio indipendente e mirato. Il lavoro di supervisione si basa su principi fondamentali individuati dalla Falender, che comprendono la creazione di una relazione solida e il rispetto reciproco tra supervisione e supervisionato, con particolare attenzione alle differenze negli approcci o negli orientamenti. È essenziale anche un processo di valutazione collaborativa delle competenze, che coinvolga tanto l’autovalutazione del supervisionato quanto il feedback del supervisore, oltre alla definizione di obiettivi di sviluppo chiari e condivisi».
«Pur esistendo modelli e indicazioni specifici per ogni scuola, non si registrano tentativi significativi per integrare una serie di funzioni condivise tra i diversi orientamenti, come invece avvenuto per i riferimenti dell’associazione psicologi americani APA. Tuttavia, dalle ricerche svolte e dall’approfondimento della materia, emergono almeno quattro funzioni sulle quali si è raggiunto un certo grado di accordo: terzietà, neutralità e oggettività, caratteristiche essenziali per stabilire un contesto di supervisione che promuova crescita personale, apprendimento e sviluppo di competenze del supervisionato in ambito terapeutico. Questi principi assicurano che il processo di supervisione sia giusto, rispettoso e fondato su una valutazione precisa e imparziale. La seconda caratteristica è il contratto terapeutico ovvero la capacità di definire gli ambiti e i limiti della supervisione, un patto formale che definisce aspettative, ruoli, responsabilità e norme per il processo di supervisione in psicoterapia.
Un ulteriore aspetto sono le dinamiche di potere. Questa caratteristica descrive la capacità di essere coscienti e di gestire le dinamiche di potere nel rapporto tra supervisore e supervisionato, cruciale per assicurare un ambiente etico, rispettoso e produttivo. In ultima istanza abbiamo transfert e controtransfert; come per la relazione tra paziente e terapeuta, anche in quella supervisore-supervisionato si possono innescare meccanismi di transfert e/o controtransfert. Il supervisore può assistere il terapeuta nell’identificare e comprendere i segnali che questi porta in supervisione, promuovendo una profonda riflessione sulle dinamiche interne e potenziando l’efficacia terapeutica».
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