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Terrorismo: la guerra infinita

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7 febbraio 20204 min di lettura

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Terrorismo: la guerra infinita

Alla luce dei trascorsi storici e degli avvenimenti attuali, quali pericoli stiamo sottovalutando?

Tutto iniziò quell’11 settembre del 2001. Da quel momento il terrorismo, andando a sostituire quella che per lungo tempo è stata nella politica estera americana la minaccia comunista, ha potuto giustificare omicidi e invasioni. Perché per la guerra al terrorismo non c’è spazio per i processi e per la democrazia.

Esistono i “targeted killings”, gli omicidi mirati, che nella maggior parte dei casi coinvolgono vittime civili. Ha potuto anche giustificare giochi di potere, non troppo dissimili da quelli che accadono nelle nostre amministrazioni, anche se con strumenti diversi e con conseguenze, ahimè, più disastrose. Mettere o sostenere al potere soggetti influenti, spesso dittatori brutali e corrotti, in grado di fare gli interessi occidentali; appoggiare movimenti rivoluzionari per rovesciare i governi quando hanno esaurito la loro funzione utile o, più semplicemente, intervenire in nome del terrorismo inserendo quegli stessi personaggi nella black list.

È ciò è accaduto per decenni, tanto in Medio Oriente quanto in Africa. E che continua ad accadere sotto ai nostri occhi. Purtroppo, però, fare un elenco delle ingerenze di questo tipo sarebbe impossibile in un solo articolo di giornale.

Il primo bersaglio della guerra al terrorismo, lo conosciamo tutti: il dittatore iracheno Saddam Hussein. Era stato alleato degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, lo “stato canaglia” dove il leader sciita Khomeini si era apertamente schierato contro gli amici americani, Israele e Arabia Saudita. Le cose iniziarono cambiare quando l’Iraq invase il Kuwait, ricco di petrolio, causando un primo intervento militare da parte degli Stati Uniti. Cui ne seguì un altro dopo l’11 settembre, mentre nel mondo molti manifestavano per gridare la propria contrarietà al conflitto. Saddam Hussein, accusato di possesso di armi di distruzione di massa e di legami con il terrorismo internazionale di Al-Qaeda, fu catturato, consegnato agli sciiti iracheni e impiccato. Nessun’arma di distruzione di massa fu mai trovata e nemmeno alcuna prova del legame con l’attentato alle Torri gemelle.

Nel frattempo, per non perdere il controllo sull’Afghanistan, gli Stati Uniti finanziarono tramite i servizi segreti del Pakistan i mujaheddin, i ribelli islamici, contro il governo filosovietico. Tra loro, si formava Osama bin Laden, fondatore di Al-Qaeda e vero responsabile dell’attentato dell’11 settembre. La presunta vicinanza dei talebani ad Al-Qaeda sarà il pretesto per una sanguinosa guerra ancora in corso che miracolosamente, negli ultimi mesi, ha portato al tavolo dei negoziati Trump e i “terroristi” talebani.

Il rovesciamento di Saddam Hussein provocò un profondo vuoto politico, oltre che sentimenti antiamericani. Questo, insieme all’instabilità causata dalla guerra civile siriana permisero l’instaurarsi dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) che ha terrorizzato il mondo fino al 2019, con la morte del califfo Al Baghdadi e la perdita dell’ultima roccaforte. La battaglia all’ISIS fu possibile grazie a una coalizione a guida statunitense in cui presero parte anche gli Hezbollah libanesi e le YPG siriane, adesso classificate dagli Stati Uniti come organizzazioni terroriste. E perfino Soleimani.

Il generale iraniano è stato assassinato all’affacciarsi del 2020 per decisione unilaterale di Trump, con lo scopo di prevenire un attacco del quale, ancora una volta non c’era alcuna evidenza. Soleimani si faceva ambizioso ed era diventato agli occhi degli americani un terrorista, pur avendo combattuto accanto a loro contro l’Isis. La sua morte ha provocato nuova instabilità nel Medio Oriente, creando un altro piatto succulento per le radicalizzazioni. Invece, alcuni soggetti che clandestinamente hanno dato (e danno) supporto finanziario e logistico a Isis e ad altri gruppi radicali, sfruttandola per progetti geopolitici, continuano ad avere il supporto americano. In primis, l’Arabia Saudita, il cui coinvolgimento (anche nell’attentato dell’11 settembre) emerse per la prima volta da alcune rivelazioni di Obama e Hilary Clinton.

Ma l’Isis non è morto. Le sue cellule si sono spostate in altri luoghi, approfittando della loro instabilità e miseria, anche qui create dalle ingerenze esterne. Dal Sahel (Mali, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Somalia e Repubblica Centrafricana) fino al Nord Africa: luoghi troppo periferici e ignoti per guadagnarsi l’attenzione mediatica, eppure già da tempo minacciati. E mentre la Libia vive uno dei suoi momenti più difficili, al centro del dibattito c’è il pericolo immigrazione anzichè l’instaurarsi di cellule terroristiche nel Mediterraneo.

Il terrorismo è un nemico subdolo e va combattuto. Non solo quello islamico. Ma la presunzione di combatterlo sulla forza, con i droni, piuttosto che con l’etica e la stabilità dei territori, non farà che alimentarlo.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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