
Transessualità: la burocrazia è ancora discriminatoria
Francesco Cicconetti racconta le difficoltà dell’essere trans in Italia
Come viene tutelato un ragazzo o una ragazza trans in Italia? Qual è il percorso che seguono per transizionare? Molto spesso si è poco o per niente informati. La transizione è il percorso che una persona transgender, ovvero che non si identifica nel sesso assegnatole alla nascita, decide di compiere volendo conformare il proprio aspetto fisico e i propri dati anagrafici a quello a cui sente di appartenere.
Il percorso ha inizio con la diagnosi, da parte di uno specialista (psicoterapeuta o psichiatra), di disforia di genere; alle spalle di questo accertamento, c’è un percorso psicoterapeutico che può avere durata diversa a seconda del benessere dell’individuo. Dopo questa diagnosi, la persona ha la possibilità di rivolgersi ad un endocrinologo che prescrive la terapia ormonale mascolinizzante o femminilizzante ed è molto importante scegliere quella giusta anche perché i farmaci dovranno essere assunti per tutta la vita.
Il passaggio successivo, quello burocraticamente più difficoltoso, è il cambio dei documenti anagrafici che avviene solo dopo la sentenza di un giudice. Per chi lo desidera è possibile farsi autorizzare gli interventi chirurgici di cambio del sesso dato che in Italia, per legge, un medico non può asportare un organo sano ed è necessario che un giudice lo consenta, come forma di tutela per la salute psicofisica della persona.
Quest’ultimo passaggio, però, dura anni a causa dei lunghissimi tempi della burocrazia italiana per la rettifica dei documenti, ma non solo. Le udienze, in alcuni casi, possono prolungarsi perché il giudice può disporre il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio). Questa figura serve al giudice per richiedere informazioni o approfondimenti che ritiene necessari al fine di decidere la causa; il CTU è un esperto nelle tematiche di genere e non può effettuare ispezioni corporali, ma il giudice può decidere se far assumere le spese della nomina del Consulente Tecnico d’Ufficio alla persona.
Tutti questi limiti contribuiscono a standardizzare la concezione della persona trans. Francesco Cicconetti (@mehths) è un ragazzo transessuale, nato a Rimini e conosciuto tramite i social per la sua attività di divulgazione delle battaglie e delle tematiche della comunità LGBTQ+ in Italia. A partire dal coming out sui social nel 2017, fino al racconto della sua transizione nella quotidianità, Francesco ha arricchito sempre di più la sua community (che raggiunge i 145 mila followers su Instagram) diventando un punto di riferimento per chiunque necessita di un confronto.
È stato nominato il miglior creator del 2021 secondo Diversity Lab, che lo ha premiato durante la sesta edizione dei Diversity Media Awards. Il giovane divulgatore riminese ha spiegato ai microfoni di Informare le difficoltà, i diritti ed i problemi dell’essere transessuali in Italia.
«Ho iniziato il mio percorso personale nel 2015, con la presa di consapevolezza, ed ho fatto coming out su Instagram nel 2017 e da lì le persone si sono affezionate al mio percorso, che ho raccontato come facevo con qualsiasi altra cosa della mia quotidianità. Si parlava poco di transizione, soprattutto maschile, sui social e le persone hanno preso me come punto di riferimento.
Nel corso del tempo io sono cresciuto, insieme alla mia community, ed oltre che a parlare del mio percorso personale, ho cercato anche di fare un glossario per aiutare tutte le persone che mi scrivevano per saperne di più sull’argomento. Cerco di parlare sempre a tutte, tutt* e tutti indistintamente».

«Portare il discorso sul tavolo è molto importante, perché senza una discussione nulla è reale. Ormai abbiamo passato il tempo in cui non ne parlava nessuno, circa due anni fa, ed ora siamo in quel momento in cui si pensa che basta parlarne, quando in realtà non è così. Bisogna parlarne e farlo bene, perché non possiamo più permetterci di fare errori di linguaggio altrimenti si cade nella disinformazione, che è molto nociva ed è meglio il silenzio che parlarne nella maniera sbagliata.
È sempre apprezzato il lavoro delle persone alleate che portano a certi livelli le nostre questioni, a livelli a cui noi facciamo ancora fatica ad arrivare come comunità, ma è importante iniziare anche a collaborare con le persone trans perché altrimenti la comunicazione non è più tanto valida».
«Cambierei tutto perché mancano ancora le basi. Non abbiamo una legge contro l’omobitransfobia ed anche il DDL Zan stesso era una bozza che andava modificata, e non abbiamo avuto neanche quella. Se mi sento tutelato? Diciamo che il mio caso non fa la statistica perché io ho sempre vissuto in una bolla, con famiglia ed amici che mi hanno accettato, ed ho avuto qualche difficoltà solo nel mondo del lavoro, ma grazie all’affetto che avevo intorno le ho potuto superare.
Invece, una persona trans affronta molte più difficoltà di queste perché è più comune che o la famiglia non ti accetti o il mondo del lavoro sia completamente ostile o inaccessibile, specie se sei una donna trans. Per chi ne ha realmente bisogno non c’è alcun tipo di tutela: persone cacciate di casa che non hanno un posto in cui andare perché ci sono pochissime case di accoglienza in Italia eppure sono numerosissime le persone trans che perdono la famiglia ogni giorno quando fanno coming out;
alcuni sono costretti al sex work pur di lavorare, soprattutto per le donne trans, oppure alcuni, dopo essersi dichiarati, perdono il lavoro: è vero che si può far causa, ma ci sono ancora delle clausole ed anche l’accesso all’avvocato è difficile. Una protezione ancora manca a partire anche dalla diffamazione in strada perché tra insulti e minacce non si riesce ad essere tranquilli: io adesso non ho problemi, ma molti non appaiono come “cis” e quindi risulta complicato».
«Tutto il percorso burocratico è sbagliato. Per ottenere i documenti, per avere accesso all’operazione, devi superare delle prove e dimostrare di essere “abbastanza trans”. L’essere “abbastanza trans” è una concezione costruita su un’idea binaria della persona: sei abbastanza uomo trans se vuoi avere la barba, vuoi operarti, sei etero (anche perché gli uomini trans omosessuali hanno ancora più difficoltà), devi vestirti in un certo modo.
Molto spesso, ai colloqui con lo psicologo succede che non puoi accedere agli ormoni a meno che tu non faccia vedere di avere una grande sofferenza o che tu non sia disforico al 100%. Non si concepisce una narrazione che vede la persona trans a proprio agio con alcune parti del suo corpo, ma rimane comunque trans. Non esiste uno stereotipo di trans: e invece oggi in Italia è ancora così.
Questo stereotipo può far nascere delle situazioni difficili da affrontare come, ad esempio, un ragazzo trans che arriva in tribunale e si presenta meno “maschile”, gli mettono il CTU oppure rimandano l’udienza e, di conseguenza, ritardano anche l’arrivo dei documenti ed una persona trans senza documenti rettificati, è in difficoltà nel nostro Paese. È tutto un “cane che si morde la coda” e che rende il percorso non agevole».
«Una cosa che mi ha messo molto a disagio è quando mi hanno chiesto se questa cosa la sentivo fin da piccolo: perché se questa cosa la senti fin da bambino allora vuol dire che è così, ma non è vero. Magari dal percorso psicologico non è emerso che lo sentivi oppure non lo sentivi proprio perché da bambino ti preoccupavi di altro e non ce l’avevi quella percezione.
Io da piccolo ce l’ho avuta e quindi sono stato fortunato a poter dire di sì, mentre molte persone non l’hanno avuta e si sono trovati in difficoltà. La cosa da superare è la mentalità: l’idea che si ha di persona trans. Oggi è standardizzata quindi il giudice capisce solo o il bianco o il nero, non capiscono le sfumature. Dovrebbe essere più indirizzata verso l’autodeterminazione perché se una persona arriva lì, dopo aver fatto un percorso psicologico ed ormonale, e dice di volersi operare e che vuole cambiare i documenti, non puoi basarti sulla tua idea di trans per capire se quello che ti sta dicendo è vero.
Dietro quella persona, c’è stato tutto un percorso di coscienza di sé che non puoi rinnegare perché secondo te non è “abbastanza trans”. E questo bisogna cambiarlo in tutto, anche nel modo in cui ognuno di noi incontra e vive una persona trans: quello è il problema di tutto, il bastone tra le ruote di qualsiasi situazione».

«Nel mio percorso, iniziato ormai quattro anni fa con la parte psicologica, ho capito che il trucco è avere pazienza e vederlo come la vita. Così come nella vita, non possiamo pretendere che in un anno faremo le elementari, le medie, le superiori e l’Università, così come in un anno non potremo affrontare il percorso psicologico, quello ormonale, avere i documenti ed operarsi. Questo succederà dopo 4/5 anni e per fare bene tutte le cose, come nella vita, bisogna vivere ogni fase come un momento cruciale del percorso, senza voler affrettare le cose.
È comprensibile che nella parte dello psicologo si è frementi e si vuole accedere agli ormoni, ma proprio grazie allo psicologo si riescono ad affrontare i cambiamenti irreversibili, principalmente fisici, che gli ormoni poi comporteranno. Poi la parte ormonale ti servirà per affrontare al meglio le operazioni perché anche lì il corpo muta e si hanno delle difficoltà a vedere il proprio corpo dopo. Io lo volevo troppo, ne avevo bisogno, ed anche nel mio caso ho avuto delle criticità; perché ti fa strano, sei diverso e soprattutto non torni indietro.
Va affrontato in maniera serena e tranquilla perché tutto arriva e questo è stato molto importante per me capirlo dopo, anche se durante il percorso ero impaziente. Se dovessi dire qualcosa ad una persona che inizia il percorso ora, direi: non vederla come una montagna gigante che è, ma come tanti sassolini che formano questa montagna perché piano piano li scalerai tutti, devi solo avere pazienza».
«Ho il libro in cantiere che è una cosa che voglio fare da tanto tempo e sarà sulla mia storia personale, non sulla spiegazione su “come transizionare”, ma penso che dal racconto di un’esperienza, ognuno possa trarre le proprie informazioni. I progetti sono tanti: mi piacerebbe fare lavori di “doppiaggio” perché anche doppiare un personaggio trans, sarebbe bello che lo facesse una persona trans ed a volte questo non capita ed io vorrei farlo non per stigmatizzarci, ma visto che di spazio non ne abbiamo mai avuto, iniziare da lì non sarebbe male.
Poi vorrei legarmi a qualche associazione e creare una mutanda packer per ragazzi trans che sia accessibile e non la devi per forza ordinare dall’America, perché a meno che non sei in un gruppo o hai degli amici che te lo consigliano, se sei un ragazzo trans, non sai dove prenderle queste cose perché vai in un negozio di intimo e non esistono. Vorrei fare qualcosa di concreto, i progetti sono tanti e mi auguro di fare quante più cose possibili».
«Un augurio è quello di arrivare all’accettazione perché è il primo passo di una realtà che è la vostra vita e non può essere finta, non può essere vissuta per qualcun altro o nella negazione. I tempi, poi, ognuno li decide per sé e la propria strada la trova senza forzare, senza fare qualcosa che non ci si sente di fare».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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