
Tenacia, passione e tanta voglia di sentirsi in vita. Di questi tesori Michele riempie all’alba, quando il sole restituisce colore alle sue meraviglie, il suo zaino da trekking, prima di cominciare un nuovo cammino che lo porterà chissà dove. Dopo aver vissuto un’adolescenza complicata da una malattia corrosiva, Michele ha deciso di farsi pellegrino e di ringraziare la possibilità di una rifioritura (ottenuta dopo un trapianto di reni) esplorando, scoprendo e facendosi divulgatore delle bellezze paesaggistiche del nostro territorio. Michele e il gruppo Trekking Castel Morrone, di cui è guida insieme ad Emilia Genzano, fanno parte dell’associazione Casa Betania Anspi. L’associazione nasce dall’amore per l’avventura e per il territorio casertano e si propone di curare e valorizzare i percorsi naturalistici dei famosi colli Tifatini.
Michele ed Emilia hanno concluso da poco un percorso che li ha portati in giro per l’Italia, da Imer (TN) fino a Faicchio (BN), ben 1250 km percorsi a piedi. Con il loro viaggio, i due si erano prefissati un duplice obiettivo: seguire e far conoscere i passi di una Beata, Serafina Clotilde Micheli, e sensibilizzare i pazienti in procinto di ricevere un trapianto (così come lo era stato Michele) ad affrontare la sfida con maggior leggerezza, senza paura, ma guardando alla gioia di ritornare presto a vivere.
Tagliare il traguardo è stato faticoso e impegnativo: una vittoria simbolica non soltanto per le due guide ma anche per tutti coloro che hanno seguito e sostenuto ogni loro spostamento. Nei giorni del pellegrinaggio messaggi di solidarietà, affetto e orgoglio per l’iniziativa hanno arricchito i post pubblicati sulla pagina ufficiale del gruppo trekking.
Tutta la stampa nazionale ha seguito e raccontato la storia di Michele ed Emilia. Al rientro una festa organizzata in loro onore ha fatto emergere tutto l’affetto della comunità. Ma tempo di riposare non ce n’è. La passione chiama ed è più forte. Per questo, all’indomani del suo rientro, Michele decide di intraprendere un nuovo cammino, pronto per vivere nuove esperienze.
«Non è stato per nulla facile sia per la fatica fisica che quella mentale. Questi due mesi sono stati trascorsi con gioia (l’Italia è un paese stupendo da visitare in ogni suo angolo), apprensione e timore di non farcela. Ma questa volta non camminavo solo per me, ma camminavo soprattutto per gli altri. Il mese di agosto è sconsigliato per intraprendere cammini così lunghi, sia in alta montagna dove i temporali sono all’ordine del giorno, sia in pianura dove il caldo diventa torrido. Ma portare nello zaino la speranza di 9000 persone in attesa di un trapianto fa sì che le motivazioni siano talmente grandi che tutto il resto passa in secondo piano».
«Ho avuto modo di parlare non solo coi pazienti, ma anche con quelle famiglie dei donatori che purtroppo non ci sono più. A loro va il ringraziamento più grande: i veri eroi sono loro insieme alla sapienza e alla competenza dei dottori. È grazie a queste persone se si può ritornare in vita. Ho avuto modo di parlare con tante persone e tutte mi hanno incoraggiato a non fermarmi: sia chi è in attesa, sia chi ha donato. Ho sentito la responsabilità di essere forte e andare avanti per tutti loro, perché in me i pazienti vedevano un modello di resistenza, forza e speranza; mentre le famiglie dei donatori, un riflesso dei loro cari».
«Il messaggio consisteva nell’intraprendere il viaggio e passare per l’ospedale di Novara, luogo simbolico dove ho ricevuto la vita, e tornare a casa, a Castel Morrone in provincia di Caserta, a piedi, dopo aver percorso 1250 km per dimostrare che donare gli organi è un ritorno alla vita».
«L’ho fatto perché ricorre l’anno del Giubileo Lauretano e a Loreto era stata organizzata la Santa Messa dedicata proprio ai trapiantati. E così da Assisi mi sono diretto a Loreto perché alla fin dei conti il fulcro di tutto è e resta la Fede. “Io sono la strada” dice Gesù, ed io ho fatto del cammino, il mio inno alla vita. Il Vangelo ci insegna che bisogna camminare verso sé stessi, verso Dio e verso l’annuncio. Spero di essere riuscito a servire il Signore nei migliori dei modi».
«L’intero cammino Lauretano è stato quello più significativo, perché non è un semplice cammino. Il cammino Lauretano è il cammino. Qui le testimonianze delle persone non sono di costumi, usanze e tradizioni. Qui le testimonianze sono forti e parlano di terremoti, di distruzioni, di persone che hanno perso ogni cosa e nonostante tutto insegnano che la vita deve andare avanti e dalle macerie si ricostruisce per ritornare più forti di prima».
di Nicola Iannotta
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°223 – NOVEMBRE 2021
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