
Care lettrici e cari lettori,
Facendo seguito all’articolo “Pop Art”, pubblicato il 28 aprile 2020 su “Informare online”, ho deciso, sperando di fare cosa gradita, di presentarvi Andy Warhol, l’artista-icona del movimento della Pop Art statunitense.
Nella fase finale della presentazione è stata inserita anche una breve introduzione dell’artista statunitense, tra i più celebri esponenti della Pop Art, Roy Lichtenstein.

Le sue prime opere hanno come soggetto merci e beni di largo consumo, riconoscibili ed acquistabili da persone di qualsiasi classe sociale, come la Coca-Cola, e sottolineano la banalità e la popolarità del prodotto presentato.
Nei suoi dipinti l’artista prende spunto dal mondo della pubblicità e dei fumetti; trova i suoi soggetti nei fatti di cronaca o celebra i divi del cinema, dello sport e della canzone, trasformando in opere d’arte i simboli della cultura e della società statunitense, da Marylin Monroe alla Coca-Cola; utilizza un procedimento meccanico di ingrandimento e riproduzione dell’immagine, la fotoserigrafia, con cui mostra l’oggetto,(Coca-Cola, scatole dei Corn Flakes, minestra Campbell’s o scatole di pagliette per pentole Brillo), o il personaggio famoso, (Liz Taylor, Elvis Presley o Marylin Monroe e molti altri), così “ come lo vede la gente”, solo più grande, più colorato, più desiderabile, anche in virtù dell’ossessiva ripetizione dello stesso soggetto nella stessa identica posizione, con l’unica variante del colore.
Lo scopo è quello di suscitare l’interesse non per l’oggetto in sé, ma per la sua immagine. L’artista intende così svuotare il prodotto del suo contenuto, lasciandone soltanto la scarna visione estetica.
La ripetizione seriale dell’oggetto ne inflaziona ogni valore.

“Il Presidente beve la Coca-Cola, Liz Taylor beve la Coca-Cola, e pensa! Anch’io posso bere la Coca-Cola. Una Coca-Cola e’ una Coca-Cola e non ci sono soldi che valgano a farti avere una Coca-Cola migliore di quella che beve il barbone dietro all’angolo”.


In questa composizione Warhol si serve di un’immagine pubblicitaria di una marca di biscotti per rappresentare la Statua della Libertà, una delle icone tradizionali degli Stati Uniti. In altre note composizioni l’artista raffigura i dollari, lo zio Sam, Topolino e altri oggetti e personaggi tipicamente americani. Anche se suo padre era un immigrato cecoslovacco, Warhol è sempre stato fiero della sua nascita a Pittsburgh e della sua appartenenza alla cultura statunitense. Per questo usa la sua arte come tributo ai simboli di questa civiltà, che grazie ai suoi dipinti sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo.
L’immagine di personaggi famosi, proprio come avviene alla televisione e sui cartelloni pubblicitari, viene spesso ripetuta, ingigantita o inserita su tele a fondo oro, come nei ritratti di Marilyn, dove la diva per eccellenza viene trattata come un’icona bizantina, sottolineando con forti campiture cromatiche, irreali e violente, quelli che sono i suoi elementi simbolo: i capelli biondo platino, le labbra carnose e scarlatte e le palpebre truccate con colori acidi ed eccessivi.
Le sue immagini sono ossessivamente moltiplicate e ripetute con tecniche differenti e pochissime varianti stilistiche, come nel caso di questo dipinto di Marilyn Monroe, replicato moltissime volte con colori diversi.
Attraverso questi dipinti la giovane attrice americana, suicida a soli trentasei anni, diventa il simbolo della bellezza, della seduzione e insieme un’eroina tragica, che ci ricorda quanto sia stata breve la sua favola, il sogno di una ragazzina che dal nulla è diventata una stella, ma solo per poco.
Warhol non si preoccupa affatto per l’apparente mancanza di originalità dei suoi lavori anzi, in perfetta sintonia con le strategie pubblicitarie, ritiene che sia l’abbondanza dell’opera, non la sua rarità, a costituire la migliore prova del “successo“, esattamente come i passaggi televisivi di una star sono direttamente proporzionali alla sua popolarità.
Andy Warhol, aiutato da un gruppo di assistenti del suo studio, che lui chiama “The Factory”, si dedica a un’attività frenetica e intensa realizzando dipinti, grafica seriale, film, mostre, concerti, eventi mediali e happening. I dipinti di Warhol trovano ispirazione nel mondo della pubblicità ,dei fumetti, della cronaca e dello spettacolo; raffigurano tanto oggetti comuni , quanto personaggi illustri, dal cinema alla politica.
Le immagini prodotte da Warhol e compagni sono fredde, anonime e aderiscono all’idea di una società che assomiglia sempre di più a una gigantesca macchina per consumare ed essere consumati.
Nel 1963, Warhol resta fortemente impressionato dall’assassinio del Presidente John Kennedy e per questo decide di concentrarsi su questo fatto. Egli racconta l’accaduto non attraverso l’immagine della tragica morte, come riportata dai giornali, ma bensì tramite fotografie logorate e le riprese visive sgranate della moglie, che porta sul suo volto durante i funerali il dramma e il dolore per la perdita del marito.
Cominciano a comparire sulla tela striature e macchie di pasta acrilica scolorita, volutamente provocate dal procedimento di stampa , come fossero il fantasma del tempo e della morte che incombono sulla vita. Warhol si rende conto che la celebrità è qualcosa di passeggero e di sfuggente, e che l’immagine, come il corpo, subisce variazioni: col tempo la sua bellezza e la sua novità cominciano a sfiorire e a perdere di passione. Le sue opere sono permeate fino in fondo di un inesauribile senso di drammaticità. Produce così opere che hanno come protagonisti scene di cronaca, foto segnaletiche della polizia e immagini di incidenti mortali appresi da rotocalchi.
Accanto a Warhol, Roy Lichtenstein si dedica alla trascrizione pittorica delle immagini presentate dai fumetti, vignette isolate e ingrandite, rese con lo stesso stile grafico dei comics veri, attraverso la riproduzione del retino tipografico della stampa a colori. Nascono così le prime e più note tele che hanno come soggetti comics totalmente decontestualizzati dalla narrazione. Ingigantiti ed elevati a quadro.
L’artista prende spunto dal fumetto per esprimere le passioni e le emozioni attraverso uno stile gelido e distaccato. Le figure, sottoposte a ingrandimento fotografico, sono contornate da un tratto spesso e nero, parti puntinate che richiamano il retino tipografico della stampa; all’interno del quadro si dispongono zone colorate da campiture piene, che creano così composizioni piatte, a ricordo delle tele di grandi pittori di primo Novecento come Gauguin e Matisse.
Le immagini, prelevate dal linguaggio grafico, nel caso di Lichtenstein da fumetti per ragazzi, vengono dilatate ed elaborate con cura, stendendo campiture piatte di colore e definendo le figure con netti contorni. L’artista annulla la loro funzione narrativa e le inserisce in un nuovo contesto: quello dei musei e delle gallerie.
di Mattia Fiore
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