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Una finestra sull’arte: Giotto di Bondone

Mattia Fiore
Mattia FioreRedazione Informare
2 settembre 20217 min di lettura

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Una finestra sull’arte: Giotto di Bondone

Care lettrici e cari lettori, oggi, col piacere e la bellezza della condivisione, ho deciso di presentarvi l’illustre pittore, architetto, scultore Giotto di Bondone (1267 circa – 1337), l’artista che con la sua opera segnò una svolta fondamentale nello sviluppo dell’arte occidentale.

Desidero inoltre informarvi che, vista la lunghezza, l’articolo è stato diviso in due parti e la pubblicazione della sua “seconda parte” seguirà nei prossimi giorni.

Con la pittura di Giotto i personaggi delle storie sacre rappresentati assumono caratteri realistici, finalmente hanno solidi corpi, abbondantemente ombreggiati, volti espressivi ed esprimono sentimenti umani che emergono dagli affreschi attraverso spazi reali costruiti prospetticamente con architetture moderne, superando così la bidimensionalità dell’arte bizantina. Giotto fu tra i primi a introdurre la prospettiva nell’arte medievale. La sua prospettiva è detta “a spina di pesce”, perché le linee di fuga non convergono su di un unico punto, ma su vari punti disposti lungo un’asse. La sua produzione pittorica interruppe bruscamente il lineare percorso della tradizione, per approdare a risultati rivoluzionari che in vari modi anticipano i valori formali e ideali del Rinascimento.

Giotto nacque forse nel 1267 a Vespignano del Mugello, un comune che oggi si chiama Vicchio, nei dintorni di Firenze. Sono scarse le notizie sui primi anni della vita di Giotto. Molto probabilmente nel 1280 Giotto svolse l’apprendistato a Firenze e fu allievo di Cimabue, pittore più famoso e moderno di Firenze. Con lui lavorò al Battistero fornendo i cartoni per alcuni mosaici della volta.

Giotto seguì  probabilmente il maestro a Roma, dove conobbe la lezione classicista del pittore Pietro Cavallini e dello scultore Arnolfo di Cambio. Si recò poi a Roma, Rimini, Assisi, Bologna, Padova, Arezzo, Napoli e Milano. La sua produzione, a soggetto religioso, consistette principalmente in pale d’altare e affreschi. Nel 1290 Giotto si sposò con Ciuta di Lapo del Pele di Firenze, dalla quale avrà otto figli.

Tra le opere del periodo giovanile va ricordato un crocifisso che oggi si trova a Firenze all’interno di Santa Maria Novella.

“Crocifisso”, 1290-1295 circa, tempera e oro su tavola, cm578×406cm, Santa Maria Novella, Firenze.

In quest’opera il maestro fiorentino fornisce una rappresentazione sentitamente umana del Cristo, più moderna rispetto all’iconografia fortemente simbolica e di impronta bizantina dei crocifissi realizzati da artisti dello stesso periodo. Rompendo con la rigida stilizzazione medievale, Giotto presenta la figura umana in tonde forme scultoree, che sembrano riprese da modelli viventi piuttosto che ricalcate da archetipi idealizzati.

In questo dipinto Giotto elaborò una nuova immagine della divinità: Cristo ha un corpo tozzo, da contadino, cui la morte conferisce un’umana pesantezza.

Il corpo di Cristo esprime una sofferenza tutta umana.

Il corpo non appare centrato rispetto all’asse della croce, ma si sposta verso destra coprendo quasi tutto il tabellone.

La morte accentua la pesantezza delle forme umane che sembrano precipitare scompostamente verso il basso, prive ormai di ogni energia vitale.

 Nel 1300 Giotto si recò a Roma dove, su commissione di Papa Bonifacio VIII, eseguì l’affresco che doveva decorare la Loggia Lateranense in occasione della  celebrazione del primo giubileo, di cui oggi resta solo un frammento raffigurante Bonifacio VIII che indice il Giubileo.

 “Affresco di Bonifacio VIII che indice il giubileo presente all’interno di San Giovanni in Laterano a Roma”.

Con la sua pittura Giotto introdusse una modalità figurativa totalmente nuova nell’arte, superando la tradizione medievale della rappresentazione tendenzialmente bidimensionale e basata sulla prospettiva gerarchica, secondo la quale le dimensioni delle figure erano proporzionali alla loro importanza. Inoltre, il divino, tema dominante della pittura dell’epoca era concepito come sfera ultraterrena, la cui magnificenza e superiorità tendeva ad essere solitamente simboleggiata da un radioso sfondo dorato.

Allora Giotto, introdusse una forma di realismo che collocava sullo stesso piano uomo, spazio e paesaggio. Agli occhi degli osservatori dell’epoca i dipinti di Giotto apparivano estremamente realistici.

All’interno dell’Atrio di San Pietro di fronte al Portale Maggiore venne realizzato

“Il Mosaico della Navicella”, commissionato a Giotto dal cardinale Jacopo Stefaneschi.

Il Mosaico della Navicella è la trasposizione artistica di un passo del Vangelo di Matteo.

Tra il 1288 e il 1292, Giotto iniziò la sua attività ad Assisi dipingendo gli affreschi  riguardanti “Storie dell’Antico e del nuovo Testamento” all’interno della Basilica superiore di Assisi. La novità del linguaggio giottesco sta nella sintesi plastica tra figura-architettura-paesaggio in un nuovo concetto spaziale

“Storie di San Francesco”, 1292-1305, affresco, Basilica superiore di Assisi, Assisi

Le “Storie” furono dipinte lungo lo zoccolo della navata della Basilica superiore di Assisi, sotto i cicli paralleli dell’antico e del Nuovo Testamento, realizzati dal pittore e mosaicista Jacopo Torriti. Nel ciclo assisiate, la figura di San Francesco non appare più avvolta entro un alone leggendario ma viene definita storicamente e calata all’interno della realtà contemporanea.

Il santo diviene in questo modo un esempio di dignità morale per tutti coloro che avvicinano gli affreschi.

Le scene dipinte narrano la storia del santo secondo la versione fornita da san Bonaventura nella “Legenda Maior”, da cui sono tratti anche i titoli posti a esplicazione dei singoli episodi.

Giotto adotta soluzioni innovative, di forte impatto emotivo, rappresentando i personaggi che appaiono reali e che emanano un’umanità profonda.

Il suo primo abbozzo di rappresentazione prospettica, la corposità delle figure e il loro carattere individuale posero le basi per lo sviluppo della pittura rinascimentale.

L’artista toscano rifiutò i colori brillanti e preziosi e le eleganti linee dello stile bizantino a favore di una rappresentazione più realistica, privilegiando il dato umano e reale rispetto al divino e all’ideale: una scelta rivoluzionaria in un’epoca dominata dalla religione.

Gli sfondi architettonici, che testimoniano di una nuova consapevolezza nella resa dello spazio, sono di più ampio respiro rispetto alle piatte superfici dei dipinti bizantini e gotici, benché ancora molto lontani dalla prospettiva pienamente sviluppata nel Rinascimento.

Agli inizi del Trecento Giotto fu richiamato a Rimini, dove dipinse “ Il Crocifisso” per il Tempio Malatestiano di Rimini”, 1301-02, tempera e oro su tavola, cm430x3030cm.

Il tema della crocefissione rappresenta ancora una volta il mezzo attraverso il quale Giotto indaga nella sofferenza della divinità, conferendole caratteri decisamente umani.

Nelle sue imprese pittoriche Giotto restituì il volume alla figura umana e diede un solido impianto spaziale alla composizione. Superò in tal modo la pittura bidimensionale tipico dello stile bizantino e diede impulso ad un nuovo orientamento realistico.

Dopo il viaggio a Rimini e a Ravenna, Giotto arriva a Padova per l’esecuzione degli affreschi nella cappella degli Scrovegni, con le Storie di Gioacchino, Storie di Maria, Storie di Gesù, Allegorie dei Vizi e delle Virtù e del Giudizio Universale  e probabilmente terminato nel 1305-1306.

Questo vasto ciclo di affreschi viene unanimemente considerato uno dei momenti più alti dell’arte di Giotto.

“La Cappella degli Scrovegni”, Padova.

Gli affreschi che ornano l’aula della cappella degli Scrovegni rappresentano l’opera più largamente autografa di Giotto.

Questi fu chiamato a Padova da Enrico Scrovegni, potente e facoltoso personaggio, che ai primi del Trecento aveva fatto costruire una cappella, dedicata alla Madonna della Carità, per espiare i peccati del padre, ricordato da Dante nell’Inferno accanto ad alcuni usurai fiorentini. La decorazione di Giotto pose mano a partire dal 1303. La sequenza narrativa degli affreschi si sviluppa su tre registri sovrapposti, entro fasce dipinte con medaglioni di santi e profeti, mentre inferiormente corre uno zoccolo con riquadri di finto marmo alternati a figure allegoriche di Vizi e Virtu’, realizzate a monocromo.

Sulla controfacciata domina la scena del “Giudizio universale”, dove compare anche il ritratto del committente che offre il modellino della chiesa alla Vergine.

La narrazione assume un tono maestoso e solenne, grazie agli atteggiamenti composti dei protagonisti della storia sacra.

Nel ringraziarvi per l’attenzione che mi avete dedicato, vi confermo che a breve sara’ pubblicata la seconda ed ultima parte di questo stesso articolo. Arrivederci a presto.

di Mattia Fiore

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  • #arte
  • #crocifisso
  • #giotto di bondone
  • #mosaico della navicella
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