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Una finestra sull’arte: Lucio Fontana (Terza ed ultima parte)

Mattia Fiore
Mattia FioreRedazione Informare
9 novembre 20215 min di lettura

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Una finestra sull’arte: Lucio Fontana  (Terza ed ultima parte)

Care lettrici e cari lettori, oggi, col piacere e la bellezza della condivisione, ho deciso di presentarvi la “Terza ed ultima parte” dell’articolo relativo a Lucio Fontana,(Rosario di Santa Fé, 1899 – Comabbio, Varese 1968), pittore, ceramista e scultore italiano passato alla storia dell’arte dell’ultimo Novecento grazie ai suoi famosi tagli sulla tela e fondatore, nel 1946, a Buenos Aires, del movimento artistico spazialista. 

Per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di leggere la “ PRIMA E LA SECONDA PARTE” di questo articolo ma che desiderano non perdere l’occasione per poterlo fare, vi invito ad andare sulla pagina di “Informare” utilizzando i seguenti Link:

Prima parte 

Seconda parte

“Concetto spaziale. Attese”, 1962.

Nell’arco di dieci anni, dal 1958 fino alla morte, Fontana ha voluto esplorare quasi tutte le possibili combinazioni, nei colori e nel numero dei tagli. Con il termine “Attese”  l’artista ha caratterizzato i concetti spaziali con più di un taglio, disposti verticalmente in maniera irregolare, su una , ma anche su due o più file. In un’intervista rilasciata nel 1966 a Giorgio Bocca, Fontana è convinto che, ancor più che i buchi, i tagli riescano “ a dare a chi guarda il quadro un’impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell’infinito”

 “Concetto spaziale”. Fine di Dio”,  1963, Milano, collezione privata

Nel 1963 Fontana realizza la sequenza delle opere che chiama “Fine di Dio”, una serie di tele ovali disseminate di buchi, squarci, graffiti e a volte cosparsi di lustrini.

Fontana dichiara: “Per me significano l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla”. Il ciclo è costituito da sole 38 opere.

 “Concetto spaziale. Attesa”, 1964 .

Tra le molte serie realizzate da Fontana nella sua carriera, i tagli sono i più conosciuti, ma anche i più controversi. L’artista elimina gradualmente quegli elementi che ritiene superflui fino a raggiungere l’assoluta semplificazione e purezza formale. L’effetto dell’opera è ottenuto con la tecnica di praticare dei tagli netti con una lametta sulla tela tesa del quadro: una trovata che, ripresa in infinite variazioni , ha reso celebre il suo autore. Il taglio verticale al centro di una tela bianca è un’immagine così popolare da essere considerata, nel bene e nel male, il simbolo stesso dell’arte della seconda metà del XX secolo in Italia.

Lo dimostrano da una parte la presenza massiccia in quasi tutte le collezioni pubbliche e private del mondo, il numero elevato di mostre e la mole di saggi critici e di monografie a lui dedicati. Dall’altra parte non si può negare il netto rifiuto e il senso di fastidio della di gran parte della “gente comune”, ancora legata alla componente manuale del fare artistico, che non riesce o non vuole accettare un’opera d’arte che “chiunque riuscirebbe a fare”. Inoltre, sarà arte ma di rispondente al bello non ha assolutamente niente. La funzione dell’arte è stata sempre quella di esprimere bellezza e armonizzare forme nello spazio; nonostante le varie evoluzioni nel tempo, l’arte ha trovato sempre nuovi linguaggi e nuove forme espressive ma non ha mai tradito la sua essenza che è sempre stata “l’espressione di una forma estetica che esprimesse bellezza”.

 Tra il 1964 e il 1966 inizia la stagione dei “teatrini”, opere cui è anteposta una cornice con una sorta di proscenio in legno sagomato e laccato che racchiudono tele monocrome forate.

“Concetto spaziale. Teatrino”, 1965.

I “teatrini” sono esposti per la prima volta nel 1965 alla Galleria Apollinaire di Milano. Alcune sono semplici forme astratte, altre vagamente figurative, in particolare alberi, cespugli, onde o montagne. Fontana si ispira ai primi viaggi spaziali e in particolare alle prime “passeggiate” degli astronauti nel vuoto; in un’intervista del 1968 ha definito queste composizioni come delle “figurazioni dell’uomo nello spazio, quest’angoscia che cerca delle forme e non le ha ancora trovate, la paura di perdersi, questa traccia di buchi indicherebbe il cammino dell’uomo nello spazio; queste sarebbero delle forme di abitanti di altri mondi”

Non abbandona però i “tagli” e, nel 1966, Fontana presenta un “Ambiente spaziale a luce bianca”, sala bianca con tele candide segnate da un solo taglio verticale. La giuria internazionale della XXXIII Biennale di Venezia gli assegna il Gran premio per la Pittura.

“Concetto spaziale (Attese)”, 1966.

Il suo titolo “Concetto spaziale” è da intendersi alla lettera: anziché con il pennello egli lavorava la tela, uniformemente ricoperta di colore e fissata su un telaio, con una lama affilata. I tagli non erano concepiti come atti distruttivi, bensì dovevano evidenziare il processo di spazializzazione della superficie per effetto delle aperture così praticate. I bordi  dei tagli, che a causa della tensione della tela sono rivolti verso l’alto, aprono la tela sullo spazio buio che separa il dipinto dalla parete. Instancabilmente, fino alla morte, Fontana espone in Italia e all’estero in occasione delle più prestigiose manifestazioni artistiche, e continua la sua ricerca artistica.

Fontana muore nel 1968 a Comabbio, presso Varese. Sperando aver fatto cosa gradita, Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete dedicato.

di Mattia Fiore

Tags
  • #concetto spaziale
  • #Lucio Fontana
  • #tagli nelle tele
Mattia Fiore
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