
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Questo è quanto sancito all’art.19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.
La libertà di parola è un diritto inalienabile ed in quanto tale va tutelato e protetto. Per questo motivo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha decretato il 3 maggio come Giornata mondiale della libertà di stampa. Informare, divulgare il sapere e diffondere le notizie è un diritto per l’uomo, che deve sempre avere la possibilità di conoscere e far conoscere la verità.
Il mestiere del giornalista è l’espressione di tale libertà, ma anche nel XXI secolo non mancano i problemi di difesa a questo baluardo. Secondo i dati riportati dall’ONG Reporter Senza Frontiere, infatti, nel 2021 a livello mondiale sono stati uccisi otto giornalisti e quattro assistenti dei media, imprigionati circa quattrocento tra giornalisti e cittadini giornalisti. Numeri alla mano, in Italia circa 20 reporter sono attualmente sotto la protezione della polizia 24/h a causa di gravi minacce subite da associazioni mafiose. Dati da brividi, se si pensa che l’unico crimine posto in essere da queste persone è quello di affermare un diritto inalienabile.
Ma le intimidazioni fisiche non sono le uniche da cui un reporter deve guardarsi le spalle. In Italia vi sono anche diversi problemi di natura legislativa che compromettono tale libertà. Per indagarli a fondo abbiamo intervistato Carlo Verna, personalità di spicco del panorama giornalistico partenopeo, Presidente del consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti dal 2017.
«Io personalmente no. Ho avuto la fortuna di lavorare in una grande azienda come la Rai, dove l’unico vero problema è la dipendenza dalla politica. Infatti, come Segretario Nazionale dell’Usigrai – Unione sindacale giornalisti Rai – prima e adesso come Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, contesto i meccanismi di nomina del gruppo dirigente, che dipendono evidentemente dal soggetto controllato. L’informazione è un potere di controllo nella moderna democrazia ed è curioso che il controllato possa nominare il controllore, come accade con le attuali norme.
Dunque, non è che a me sia mancata la libertà, però alle volte non mi sono stati affidati posti di comando in Rai, a causa di un meccanismo per il quale occorre una certa appartenenza. Il giornalista dev’essere persona indipendente e sempre alla ricerca della verità da raccontare ai cittadini per riuscire a concretizzare quel diritto che la Corte costituzionale ha ravvisato come rovescio passivo dell’articolo 21 della Costituzione, ossia il diritto del cittadino ad essere correttamente informato. Nel momento in cui i servizi vengono assegnati dai capi, che sono scelti attraverso questo meccanismo che arriva al controllato, si verifica certamente un limite della nostra libertà».
«Chi ha paura muore sempre due volte. Non è possibile fare questo tipo di professione avendo paura, perché sicuramente lo si farà male. Nonostante ciò, un conto è non avere paura, un altro è non avere prudenza, che sarebbe un errore: anche Falcone sentiva il pentito Buscetta poco alla volta, perché c’era bisogno che tutte le rivelazioni fossero gestibili – e stiamo parlando di un eroe del nostro paese, che poi è stato brutalmente assassinato –.
All’Osservatorio, che è stato costituito al Viminale e a cui partecipa l’Ordine dei Giornalisti, insieme alla Federazione della Stampa, chi sta dall’altra parte – prima il ministro Minniti, poi il ministro Salvini, che non lo ha mai convocato, ora la Lamorgese, che invece lo ha riunito più volte – ci raccomanda di tenere una condotta che sia sempre corretta e lineare alla funzione informativa che dobbiamo svolgere. Ricordo in particolare il Presidente capo della polizia Franco Gabrielli che affermava la presenza di un filo diretto di tutela, ma consigliava comunque di mantenere un profilo di prudenza, perché assumendo un atteggiamento sfrontato con un soggetto malavitoso, si corrono sicuramente dei rischi che possono essere evitati».
«Il problema non è soltanto nella minaccia fisica, ma molto spesso anche in quella morale. Su questo punto ci siamo mobilitati: come Ordine dei Giornalisti abbiamo sostenuto la proposta del Senatore Primo Di Nicola che ha spinto perché ci fosse un risarcimento per il giornalista chiamato ingiustamente a giudizio. Il punto è questo: il diritto alla reputazione è assolutamente meritevole di tutela, ma non si può fare un’iniziativa ad un giornalista al solo fine di mettergli il bavaglio.
Nel momento in cui l’accusa si disvela, non basta assolvere il giornalista perché ha svolto correttamente il proprio lavoro. Dopo essere stato esposto ad offese giudiziarie e perdite di tempo, non è sufficiente ricevere solo una condanna alle spese. Su questo occorre che il legislatore si dia una mossa, altrimenti sulle classifiche della libertà di stampa saremo sempre in basso».
«Bisognerebbe chiedere a chi si oppone in tutti modi: è andata avanti in commissione, è stata emendata, è stata anche resa più blanda rispetto a quella che era la proposta iniziale. Ma a noi starebbe bene lo stesso, basterebbe che ci fosse il principio. Se si viene chiamati a giudizio ingiustamente, deve essere garantito un risarcimento e questo deve essere sancito da un princìpio di legge.
Non è possibile che la partita finisca 0-0: con le attuali leggi il giornalista o perde o pareggia. Nel momento in cui si arriva al convincimento che l’iniziativa è stata finalizzata a bloccare il racconto e non a tutelare la reputazione, deve sussistere una legge che preveda un risarcimento».
«C’è un’altra questione nella quale l’Ordine dei giornalisti si è costituito davanti alla Corte Costituzionale, ovvero quella del carcere giornalistico. Sussiste ancora una pena che prevede la possibilità di incarcerare il giornalista anche per un errore professionale, dal momento che il reato di diffamazione ha sempre una natura dolosa. Funziona così: se si dice una cosa cattiva su qualunque soggetto è possibile essere incriminati, ad eccezione data dalla verità dei fatti e dalla rilevanza sociale della cosa che si racconta.
Dunque, se il fatto è vero ed ha rilevanza sociale, il reato, che sarebbe di per sé doloso, viene scriminato, anche se la narrazione mette in cattiva luce il soggetto: funziona un po’ come la legittima difesa, non si può uccidere una persona, ma se ciò avviene per difesa c’è la scriminante. Da questa scrittura del reato ne consegue che se si commette un errore, si può venire denunciati per diffamazione e, dato che manca anche la possibilità di estinguere il reato con la rettifica, si è commesso un reato doloso.
Al contrario, se un medico amputa una gamba sbagliata ad un paziente e lo fa per errore, incorre in un reato colposo: la situazione è paradossale. È evidente che si debba rivedere un po’ tutto. Noi speriamo che questa situazione, sulla quale la Corte Costituzionale si pronuncerà il 22 giugno (se il Parlamento non avrà proposto nel frattempo una nuova legge), venga equilibrata. Il diritto alla reputazione è importante, ma lo è anche la libertà di stampa. Se c’è la finalità informativa e assolutamente non c’è una corruzione della funzione, non può esserci il carcere per un errore.
Un’altra questione da risolvere è quella della diffusa precarietà del mestiere del giornalismo, che pregiudica la libertà di stampa. Se un giornalista viene pagato 3 o 5 euro a pezzo ed è quindi costretto a farne venti per riuscire a mettere il piatto a tavola, come fa ad analizzare veramente la notizia e a portarla al cittadino in maniera corretta? Non è possibile coniugare un’informazione di qualità con lo sfruttamento di chi è chiamato a produrre questa informazione».
«Il diritto è diverso nei vari paesi. Noi abbiamo la norma rispetto alla quale c’è l’applicazione da parte del giudice e la giurisprudenza, in Inghilterra, ad esempio, hanno la Common Law: è difficile fare un paragone. In Italia c’è un sistema consolidato rispetto al quale occorre dare una risposta; non so se in Germania c’è questo meccanismo in base al quale per fermare il racconto, il tedesco ha l’abitudine di querelare il giornalista. Per esempio, negli Stati Uniti la diffamazione non è un reato. Diventa difficile fare un raffronto essendoci parametri completamente differenti di cultura, di tradizione di leggi e di tipo di rapporto tra le norme e il giudice».
«No, troppe enunciazioni di principio, ma nessuna attenzione alla nuova legislazione per il giornalismo, per la quale mi sto battendo da quando sono Presidente. Purtroppo sono impattato in quattro diversi governi, per cui è anche difficile avere un’interlocuzione. Sono stato eletto Presidente nazionale a ottobre del 2017 con il governo Gentiloni, a giugno è iniziato il mandato di Conte in giallo verde; dopo un anno e due mesi quello in giallo rosso e adesso c’è un quarto governo.
L’unica nella quale confido è la Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che fece l’ordinanza di rinvio al 22 giugno del processo sul carcere dei giornalisti. Attualmente ricopre la carica di Ministro della giustizia nel governo Draghi e questo mi lascia molto speranzoso, perché è una che ha capito che il problema non si può risolvere con un meccanismo ON/OFF, ma occorre definire alcuni dettagli. C’è differenza tra uno che compie un semplice errore e uno che incorre in un meccanismo di macchina del fango.
In questo caso, ovviamente, è giusto che ci sia una sanzione, perché si verifica una corruzione della funzione informativa. Ma, nel 95% dei casi si tratta di un giornalista che commette un errore e su questo non è possibile dare una pena detentiva: è contrario a qualsiasi principio di democrazia e di libertà di stampa.
Io ho voluto che l’Ordine si costituisse, con l’avvocato napoletano Giuseppe Vitiello, davanti alla Corte costituzionale che ha ammesso la nostra presenza in giudizio, perché si tratta di un interesse diffuso della categoria. Questo può essere un punto di partenza per arrivare a discutere questa famosa legislazione per il giornalismo che io credo debba essere di gran lunga rinnovata. E tra le cose che vanno rinnovate ci sarà anche la questione dell’accesso alla nostra professione».
«Ci sono entrambe le cose: quando c’è un cambiamento bisogna metabolizzarlo e saperlo gestire, non ci si può mai opporre. I giornalisti prima avevano una prerogativa, ovvero quella di poter parlare da uno a tanti attraverso il giornale, la radio e la televisione. Adesso può farlo chiunque e tutti possono creare un contenuto che poi diventi virale. In questo ci sono elementi positivi, perché non c’è più la possibilità di una completa omologazione e la tacitazione di alcune tesi, come avveniva, invece, in passato con l’etere limitato e il problema del conflitto di interessi.
Ad esempio, quando Berlusconi era al governo, possedeva le televisioni private e, attraverso quel meccanismo in base al quale la politica controlla la Rai, aveva anche la possibilità di gestire le reti del servizio pubblico radiotelevisivo e non c’erano grandi alternative. Adesso, invece, siamo all’opposto, abbiamo talmente tante piattaforme che purtroppo anche persone non qualificate hanno lo spazio per inquinare l’informazione.
In quest’ottica, secondo me, il giornalista deve essere ancora più formato e deve agire come medico delle fake news, cioè come colui che deve guarire l’ecosistema da questi elementi negativi di falsificazione e mistificazione. Ancora di più oggi c’è necessità di un soggetto garante come l’Ordine. Sono stato laico in passato sul dibattito Ordine si-Ordine no, ma adesso sono convinto che sia assolutamente necessario: l’Ordine è centrale, perché cura la formazione e l’accesso alle attività giornalistiche, garantendo in tal modo la comunità».
«Agli inizi della pandemia ho intervistato Piero Angela in un incontro promosso dall’Ordine dei giornalisti per valutare il ruolo della stampa in questa situazione. La cosa fondamentale è rivolgersi sempre a fonti scientificamente valide, effettuando un’analisi scrupolosa».
L’Ordine dei giornalisti è quindi mobilitato per la definizione di una nuova legislazione per il giornalismo, che tenga conto di questi problemi che inficiano la libertà di stampa. Se è certamente complesso arginare le minacce fisiche, ciò non vuol dire che non si possa agire in alcun senso per aumentare la portata di questo diritto inalienabile, per il quale non solo i giornalisti, ma anche i fruitori dell’informazione dovrebbero battersi.
di Silvia De Martino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217
MAGGIO 2021
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