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Virgin & Martyr: l'inclusività nell'epoca dei social network

Redazione Informare
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3 febbraio 20219 min di lettura

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Virgin & Martyr: l'inclusività nell'epoca dei social network

Oggi, pensare ad uno spazio in rete dedicato ai corpi, alla sessualità, ma che allo stesso tempo faccia divulgazione e sensibilizzi su tutto ciò che ricada sotto la voce di “tabù”, sembra un’utopia. Lì, nel regno del cyberspazio, dove i corpi e i visi perfetti spesso diventano la fonte principale di insicurezza di adolescenti (e non), nasce Virgin & Martyr, un collettivo di attiviste che ha deciso di creare «un luogo, inizialmente online, in cui poter vedere, raccontare e in un certo senso celebrare tutti i corpi nella loro unicità». Scopo del principale del progetto è quello di affermarsi sempre di più come realtà di riferimento in Italia, in grado di fare fronte alle lacune educative e culturali che riguardano soprattutto il genere e la sessualità. Ne ho parlato con Greta Tosoni, fotografa e sex-coach, nonché co-founder del progetto Virgin & Martyr.

Come nasce il progetto di Virgin & Martyr? E qual è stato l’iter che ha condotto il vostro collettivo a gestire quello che oggi è un vero e proprio safe place della sessualità?

«Virgin & Martyr nasce nel gennaio 2017 su Instagram dalla necessità di avere un luogo, inizialmente online, in cui poter vedere, raccontare e in un certo senso celebrare tutti i corpi nella loro unicità. In particolare, volevamo dare spazio a quei corpi che più vengono nascosti e marginalizzati da una cultura che riconosce e dà valore soltanto a chi più si avvicina a certi fittizi ideali di bellezza. A partire quindi da un archivio di immagini a cui chiunque poteva contribuire, grazie allo scambio di riflessioni, domande e ricerca di consapevolezza, il progetto ha potuto modularsi e prendere nuove forme. Ecco che quindi attualmente ci definiamo come un collettivo che collabora con una fitta rete di persone, professionisti e realtà in tutta Italia per diffondere non solo online, ma anche offline, informazioni e possibilità di confronto sui temi di educazione sessuale, socio-emotiva e digitale».

Uno dei punti cardine di Virgin e Martyr è la community a cui si rivolge. Che ruolo ha avuto nell’evoluzione del progetto? E come è cambiata la loro risposta vostri contenuti?

«La community ha sempre avuto un ruolo fondamentale: fin dal principio è stato proprio il vederla crescere con noi e condividere il nostro entusiasmo per delle nuove, personali narrative, che ci ha permesso di dirigere il progetto verso le vere necessità delle persone. Vogliamo essere una realtà di riferimento in Italia che risponda alle lacune educative e culturali, così come al bisogno di scoprire e confrontarsi di chiunque abbia curiosità e voglia di mettersi in discussione. È per questo che ogni feedback, messaggio di supporto o critica ci aiuta a plasmare e migliorare V&M. Questo infatti avviene tutt’ora, nonostante sia più complesso mantenere un rapporto attento e diretto con tutte le persone che seguono e supportano il progetto».

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Oggi l’account è diventato un punto di riferimento nel panorama della divulgazione inclusiva. Come si riesce ad abbattere i tabù che circondano i nostri corpi? E a che punto siamo nella nostra società?

«Il nostro approccio è sempre stato quello di voler andare in profondità, fare chiarezza, e quindi capire e prendere coscienza di ciò che ci circonda e soprattutto delle dinamiche invisibili che però ci influenzano pesantemente per tutta la vita. Farsi domande è il primo fondamentale passo per scardinare i tabù, perché molto spesso sono semplicemente strascichi di un pensiero vecchio e quadrato che non ci appartiene davvero più. In alcune persone può aver fatto radici più profonde che in altre, ma con reale intenzione e impegno è possibile per tutti passare le proprie credenze sotto esame e modificare quelle che sentiamo non ci rappresentino. Facendo un discorso generico, possiamo immaginare che non tutte le persone abbiano tempo ed energie da dedicare a questi discorsi, nonostante ci riguardino tutti. Quello che ci auspichiamo è che la forza delle nuove generazioni aiuti a mettersi in discussione, e che questo diventi sempre più un movimento sociale che si nutre di cooperazione e rispetto».

Il progetto, dopo aver conquistato i social, sta entrando in alcune scuole d’Italia, luoghi dove non si parla mai abbastanza di educazione sessuale. Come stanno rispondendo i ragazzi?

«Più che rispondere, i ragazzi chiamano! È infatti grazie a studenti e studentesse che hanno riconosciuto il nostro valore e competenza, che siamo stati invitati nelle prime scuole e abbiamo potuto appassionarci così tanto a questa dimensione divulgativa. Quindi generalmente la risposta dal pubblico giovane è sempre stata positiva ed entusiasta. Ora veniamo chiamati anche da insegnanti, presidi o dagli stessi Comuni, ma capita che si presentino degli ostacoli o degli effettivi impedimenti causati principalmente dallo stigma e dall’ignoranza ancora presenti su certi temi. In particolare sembra che siano soprattutto i genitori, mossi dal timore disinformato che tematiche come il genere, la sessualità, il piacere possano in qualche modo “traviare” i ragazzi. Quello che ci teniamo sempre a ricordare è che ciò che facciamo ha lo scopo di fornire conoscenza e strumenti per vivere con rispetto per sé e gli altri, oltre gli stereotipi e combattendo le discriminazioni — senza i quali è invece ben più facile essere tratti in inganno o subire/infliggere conseguenze negative».

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da virgin & martyr (@virginandmartyr)

 Qual è il vostro punto di vista o, per meglio dire, la vostra spiegazione allo shadow ban social che sta colpendo molti degli account che si occupano di divulgazione sessuale?

«Come ci insegna la nostra sociologa digitale Silvia Semenzin: “le piattaforme non sono neutrali”. Questo significa che lo shadow-ban, così come gli algoritmi e le dinamiche interne ai social sono conseguenza di una visione che non può essere neutrale, ma che riflette le influenze della società, della cultura, del pensiero di riferimento, e persino degli interessi economici degli inserzionisti. Quindi, utilizziamo questa occasione per riflettere oltre la mera “censura” e iniziamo a domandarci, perché ancora si censurano certi corpi, qualsiasi cosa riguardi la sessualità, la nudità, il lavoro sessuale? Chi vogliamo proteggere e da cosa? Chi lo decide (e perché)? Che alternative abbiamo?»

L’idea di fare cultura, e promuovere il concetto di empowerment, attraverso il corpo è sicuramente rivoluzionaria. In che modo, il principale strumento che avete scelto, la fotografia, riesce in questo?

«La fotografia è stata un mezzo, così come lo sono Instagram, le scuole, le collaborazioni, che ha permesso di comunicare non solo direttamente, ma anche indirettamente. Non solo le parole quindi veicolano i nostri messaggi, ma anche l’aspetto visivo e artistico, che come ci piace definire è da una parte “come lo zucchero che fa mandar giù la pillola”, e dall’altra un supporto fondamentale per abituare il nostro occhio a nuove narrative. Il classico “se non lo vedo non esiste” risulta tragicamente reale quando si parla di corpi: meno vediamo corpi unici, vari e soggetti a cambiamento (senza le lenti del giudizio), meno saremo disposti a credere che siano validi e completi. E questo accade anche in riferimento ai nostri stessi corpi, portandoci a credere di essere sbagliati, di non meritare amore e rispetto e di dover sempre aspirare a degli ideali creati a tavolino. Per tutte le volte che ci chiediamo se il nostro corpo è normale, la risposta è sì. La domanda forse più azzeccata potrebbe invece essere: qual è la MIA normalità?»

di Carmelina D’aniello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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  • #greta tosoni
  • #inclusività
  • #sessualità
  • #Virgin & Martyr
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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