
La guerra si può raccontare in tanti modi. C’è chi sceglie di affrontarla dalla prima linea e chi la analizza politicamente; noi abbiamo scelto di ascoltare la voce delle famiglie in fuga.
Quello che ci raccontano è una storia contemporanea fatta di nuove migrazioni, ma con un comune obiettivo: trovare un posto sicuro per fuggire dalle violenze. La prima testimonianza che abbiamo raccolto è quella di Elena, della città di Vinnycja, che ha attraversato la frontiera in Polonia con i suoi tre figli per raggiungere l’altra metà della sua famiglia qui in Italia, a Castel Volturno.
«Era una vita tranquilla. Mi dedicavo al volontariato e ai miei figli; ho una bambina di 3 mesi e altri due figli di 15 anni e 10 anni. Per quanto riguarda i miei figli, pochi giorni prima della guerra siamo stati avvisati di preparare per loro le cose di prima urgenza, perché non sapevamo quando sarebbe scoppiato il conflitto».
«È stato la notte tra il 23 e il 24 febbraio. Ci hanno chiamato degli amici verso le 4 del mattino dicendo che stavano bombardando la loro città. Da quel momento non abbiamo capito più nulla. Lo stesso giorno ho iniziato ad allestire lo scantinato portando i beni di prima necessità. Ogni 2-3 ore suonava la sirena di allarme e si doveva scappare da casa, prendere i bambini, che dormivano vestiti, e correre al rifugio».
«All›inizio non volevo lasciare la mia casa, soprattutto senza mio marito che è rimasto in Ucraina per difendere il territorio. Poi le cose sono peggiorate e ho capito di dovermi organizzare, almeno per i bambini, così siamo partiti il giorno dopo. Mio marito ci ha accompagnati alla stazione. Lì abbiamo aspettato un treno verso Leopoli. Alla stazione c’erano tantissimi volontari che ci hanno dato una grande mano a prendere l’altro treno per attraversare la frontiera tra Ucraina e Polonia. Quel tragitto è stato molto pesante e doloroso. Sono 200 km e ci abbiamo messo più di 24 ore, da Leopoli alla frontiera in Polonia. Abbiamo affrontato tante ore di viaggio per passare la dogana. Noi eravamo arrivati in treno e non sapevamo a chi chiedere. In quel momento ero così stremata che ho chiamato mia madre dicendo che non ce la facevo più, che volevo tornare indietro a qualsiasi costo. Lei mi ha convinta a proseguire, ha prenotato un ostello e abbiamo preso un taxi per passare lì la notte».
«In quel momento ero tranquilla sapendo che i miei figli erano con me, ma ho visto padri affidare bambini a volontari che non avevano mai conosciuto, senza sapere dove sarebbero andati a finire. È straziante vedere questo con i propri occhi».
«Lui ha fatto il poliziotto, ora è in pensione ma sapendo usare le armi ha deciso di andare a proteggere la sua città, la sua terra e la sua famiglia. Ora è lì. Pochi giorni fa hanno abbattuto la torre che trasmette tv e radio. Ora hanno iniziato a lanciare bombe proprio sulla terra nostra. Prima di lasciarlo gli ho detto di aver cura di lui e che ci saremmo rivisti presto».
«Sto qui da una settimana ma sembra una vita. Il pensiero va sempre lì. Il sogno per il mio futuro e quello dei miei figli è quello di ritornare, di ricominciare».
All’incontro ci sono anche Kristina e Karina, due gemelle di sedici anni scappate da Vinnytsia insieme alla madre, amica di Elena. Karina accusa Putin di aver privato lei e la sua famiglia della normalità di tutti i giorni; ci raccontano di una quotidianità adolescenziale spezzata dalla guerra, insieme a tutti i legami della propria vita. Ogni guerra ha un giorno zero e ogni cittadino ucraino ricorderà per sempre cosa stava facendo nel momento in cui, la mattina del 24 febbraio, è giunta la notizia dei bombardamenti sul confine.
Anche Karina e Kristina ricordano quella mattina come l’inizio di un incubo senza fine fatto di rifugi sotterranei e disgregazione dei legami familiari.
«La mattina del 24 Febbraio ci siamo svegliate e prima di andare a scuola abbiamo acceso il televisore. Trasmettevano una carrellata di notizie sui bombardamenti che c’erano stati durante la notte, sembrava tutto surreale. Abbiamo chiesto a nostro padre “Papà, ma noi andiamo a scuola oppure no?”.
I bombardamenti hanno toccato anche le zone militari di città molto vicine a noi e abbiamo sentito tremare anche casa nostra, ci siamo rifugiati in cantina e da quel giorno nulla è stato più come prima.
Il momento più drammatico è stato partire senza nostro padre, rimasto a combattere per il Paese. Non volevamo assolutamente scappare senza di lui, ma è stato irremovibile sulla sua decisione. Lo sentiamo ogni giorno attraverso i social e per telefono, ci racconta cosa succede lì e ci raccomanda di comportarci bene».
Karina, rivolta a suo padre e a tutti gli uomini che come lui sono rimasti a difendere la propria terra, lancia un inno di forza e di sostegno «Soldati ucraini, resistete e ce la farete!».
«Tutto ciò che conta adesso è essere solidali gli uni con gli altri» – aggiunge Elena – «Il passato purtroppo è immodificabile, ma sta a noi ricercare un supporto reciproco, soprattutto a livello psicologico».
Anche Kristina, immersa tra i ricordi e uno sguardo fisso alla telecamera, ci racconta il terrore di quei giorni.
«Se i gironi dell’Inferno sono nove, ci sembra di aver vissuto il decimo».
«Metà di loro sono scappati in varie parti d’Europa mentre altri si sono rifugiati nei paesini di provincia a casa dei nonni. Non riusciamo a sentirli frequentemente perché ognuno a modo suo vive una situazione complessa data dalla guerra».
«Una casa con un giardino, in un posto tranquillo e con i nostri genitori».
È quest’ultimo il sogno comune di Karina e Kristina. Entrambe, una volta ritornate in Ucraina, vorrebbero affiancare il padre nel suo lavoro ed entrare in una scuola di polizia.
di Marianna Donadio e Valeria Marchese
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