
460 persone oggi a bordo dell’Ocean Viking chiedono un porto sicuro, necessitano cure mediche, psicologiche, terraferma sotto i piedi. Sono state soccorse in sole 60 ore e il personale di bordo di SOS Mediterranee lancia continue richieste di POS alle autorità, responsabile di indicare una direzione di accoglienza per la nave di soccorso.
Agosto è terminato, l’estate volge al termine, anche il caldo sulle coste italiane lascia il posto a una brezza fresca; le rotte mediterranee, invece, non conoscono cambi stagionali. Chi si rifugia nell’incertezza della propria sopravvivenza fugge da una morte quotidiana, cerca solo modi diversi per recidersi da uno stato disumano, a seconda di ciò che gli viene concesso -o inflitto-, nella maggior parte dei casi ai confini libici.

Ci si chiede, a questo punto, cosa accadrebbe se l’Unione Europea mettesse in pratica il dovere istituzionale di prestare soccorso agli esseri umani quotidianamente in pericolo in acque internazionali. Dovere che ha ribadito il recente comunicato congiunto di SOS Mediterranee, Medici Senza Frontiere e Sea Watch.
«Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il reato sia punito dalla legge con tale pena» (Articolo 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo)
Se il diritto internazionale funzionasse per automatismi rispetto a ciò che riporta in forma scritta, oggi molti bambini, bambine, uomini, donne, non perderebbero la vita in mare. In questo caso il fattore umano, nella sua cecità più consapevole, rende difficile la sopravvivenza.
di Tonia Scarano
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