
90 secondi di terrore ancora vivi nella memoria di chi come me, ha vissuto quell’evento drammatico.
90 secondi di smarrimento nel ricordo indelebile di quella Domenica sera, dove la gente in strada, in casa stava trascorrendo senza presagire cosa, da lì a poco sarebbe accaduto.

La terra trema.
Si ode un boato e la paura, il terrore si impossessa di ogni persona che in quel momento è lì a leggere, studiare, passeggiare, chiacchierare. La terra trema.
Una, due tre volte in quei pochi interminabili secondi e travolge tutto: case, strade, scuole seppellendo la vita di migliaia di persone, di donne che preparavano la cena, di bambini intenti a giocare.
«Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.» (Alberto Moravia, Ho visto morire il Sud)
Quell’area è stata si più volte colpita nel corso dei secoli da terremoti distruttivi, ma gli effetti del sisma del 1980 ha interessato praticamente tutta l’area centro meridionale della penisola.
Il sisma dell’Irpinia è stato uno dei più tragici (magnitudo 6.9) non solo per la vastità dell’area colpita ma anche per l’enorme numero di sfollati e vittime.
Le notizie arrivavano in modo frammentato e non precise.

Non era l’era di internet.
Non esisteva WhatsApp ne Facabook dove taggarci per far sapere a tutti “sto bene”.
No! Era l’era dell’attesa, dei tam tam orali che giungevano a distanza di ore o giorni.
L’attesa, la non certezza dell’accaduto che a causa di una interruzione delle telecomunicazioni, aveva impedito di dare l’allarme. I TG raccontavano infatti di un terremoto in Campania ma nessuno immaginava l’immensità della tragedia che aveva colpito quella terra.
Gli effetti della scossa furono aggravati dal ritardo dei soccorsi. La difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso, il crollo di strade e ponti, le infrastrutture non in ottimo stato, il cui danneggiamento rese quasi impossibile le comunicazioni a distanza e l’assenza di un coordinamento a livello centrale, causarono migliaia di vittime.
Erano gli albori della Protezione Civile e per avere un quadro della situazione occorsero giorni e giorni. Il grido “Fate Presto” pubblicato il 26 Novembre 1980 dal quotidiano Il Mattino, mostrò a tutti la carenza organizzativa e la debolezza dell’uomo di fronte alla natura distruttrice.
Il Presidente Pertini, allora capo dello Stato, dopo essersi recato nei luoghi del sisma denunciò con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, che sarebbero arrivati in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni.
Da allora molte cose sono cambiate sia per gli aspetti di sorveglianza sismica in Italia che delle conoscenze sui terremoti. 
Ciò che rimane a chi invece ha vissuto quell’esperienza è la paura, lo smarrimento provato durante quei pochi secondi.
Ciò che rimane a noi che eravamo lì in quel momento, è il ricordo della felicità della quiete prima della tempesta.
di Angela Di Micco
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