
Era l’equinozio di autunno, precisamente il 21 settembre dell’anno 19 a. C., quando il Vate lasciò le sue spoglie mortali a Brindisi, di ritorno nella penisola italiana al termine di un viaggio in Grecia. Ma non fu lì che rimasero i suoi resti. Furono traslati, infatti, alla città che, sin dal suo arrivo, lo aveva accolto come un figlio, anzi, come un patrono: l’allora Partenope, l’odierna Napoli. Ma dove sono stati custoditi per la precisione?
È proprio a partire da questa domanda che si origina il mistero delle spoglie del grande poeta latino Publio Virgilio Marone. Un enigma che si trascina da ben duemila anni e che avanza per tesi, supposizioni e contraddizioni. Un enigma che sembra collocarle “a due miglia sulla via Puteolana”, come riporta il grammatico Elio Donato, il suo maggior biografo, all’interno della “Vita di Virgilio”, composta intorno al IV secolo d. C. Eppure, se si prova a confrontare questa tesi con quelle di altri biografi del Mantovano, ecco che l’arcano si infittisce: come scrisse nel “Chronicon” Eusebio di Cesarea, rifacendosi a Svetonio, i resti del poeta sarebbero da ricercare “a due miglia di distanza da Napoli” – percorrendo la direzione opposta.
Ad oggi il mausoleo di Virgilio è comunemente identificato, per convenzione, con l’imponente Colombarium romano situato sulla sommità della cosiddetta “Collina dei Poeti”, all’interno del piccolo parco che si snoda alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, accanto all’ingresso della celebre Crypta Neapolitana – l’antro a Piedigrotta che fu lo stesso Virgilio a generare, secondo la leggenda, durante una notte con l’aiuto di un nugolo di spiriti al suo comando.

Insomma, un luogo fortemente iconico e identitario, che dopo decenni di incuria e di abbandono è ritornato al centro delle principali rotte turistiche che attraversano il capoluogo partenopeo. Il suo sepolcro, infatti, insieme a quello del celebre poeta Giacomo Leopardi – che si erge a due passi da quello di Virgilio – è ormai diventato un vero e proprio simbolo della città di Napoli, probabilmente proprio per quest’aura di fascino e di mistero che avvolge i resti del poeta, e che non cessa mai di attrarre i visitatori.
Un mistero che si è infittito ancor di più nel Medioevo, quando l’urna contenente il corpo dell’autore dell’”Eneide” andò dispersa. E qui la storia cede definitivamente il passo alla leggenda. Il mito, infatti, narra che nel XII secolo un medico inglese – un certo Ludowicus – tentò di profanare il suo sepolcro, proprio per rimuovere e asportare l’urna contenente le sue ossa.
Ma perché mai dei semplici resti ossei suscitavano un così grande interesse? Per rispondere, è necessario ricordare il peso che il culto di Virgilio esercita per la storia dell’antica Partenope. D’altronde, ancor prima che la Chiesa imponesse il culto di San Gennaro, secondo la tradizione medievale era Publio Virgilio Marone a ricoprire il ruolo di una sorta di “defensor civitatis” – ossia il protettore della città. Insomma, una figura che, nella fantasia popolare, aveva ormai assunto una dimensione quasi divina. Basti pensare, del resto, alla fama profetica che avvolgeva la sua figura, alla quale si è sovrapposta l’immagine del sapiente, del mago e del veggente.
Ed è solo alla luce di un simile contesto che si può comprendere fino in fondo la reazione del popolo napoletano, che quella notte – era il 1140 – si radunò dinanzi al sepolcro del poeta per impedire il terribile misfatto. Ludowicus rinunciò così nell’impresa, e i cittadini partenopei scelsero di conservare i suoi resti in un luogo più sicuro. Così raccolse il suo cranio in un sacco di cuoio, oltre a un oggetto preziosissimo che sarebbe stato ritrovato proprio quella notte nella tomba di Virgilio, sotto il suo capo: un misterioso volume nel quale il poeta si imbatté nel ventre del monte Barbaro di Pozzuoli, alla ricerca dell’ingresso ad una mitica città sotterranea che sarebbe stata identificata molto più tardi con Agartha.
Dove furono portati i resti di Virgilio? Tutte le piste d’indagine sembrano portare a Megaride, dove sorgeva e sorge tutt’ora l’iconico Castel dell’Ovo, teatro di misteriosi approdi, ma anche custode dell’Uovo alchemico, depositato proprio lì dallo stesso Virgilio. Un simbolo leggendario, da cui dipenderebbero, secondo il mito, non solo le sorti dell’isolotto, ma dell’intera Napoli. Stando a quanto divulgato dalle cronache del Medioevo, in seguito ai gravissimi danni che il castello subì in conseguenza di una terribile mareggiata, l’allora regina Giovanna I dichiarò solennemente di aver sostituito lei stessa l’uovo, per scongiurare che il panico si diffondesse in città.
Ma torniamo ai resti del grande poeta latino. Probabilmente, come si è detto, il sacco di cuoio o l’urna che conteneva le ossa del poeta andò dispersa nel Medioevo. Tuttavia, preferiamo credere che quelle spoglie siano state murate – al pari dell’Uovo magico della leggenda – in una delle segrete del maniero, e che si trovino tutt’ora lì.
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