
Quasi 4 ragazzi su 10 si isolano, rinunciando a uscire con gli amici e a vivere il mondo reale. Non si tratta di ribellione, ma di un silenzioso ritiro. La colpa è anche nostra.
Il fenomeno, noto come hikikomori, non è più confinato al Giappone: è qui, tra noi, nelle case e nelle scuole italiane. Secondo uno studio del CNR-IRPPS, tra il 2019 e il 2022, il numero di adolescenti che si isolano socialmente è triplicato. Se prima il 15% dei giovani evitava i contatti al di fuori della scuola, oggi la percentuale è salita al 39,4%. Sempre più adolescenti rinunciano a rapporti reali, mentre quelli che non vedono più nessuno sono quasi raddoppiati.
La società trasforma ogni momento in vetrina. I social media, nati per connettere, sono diventati il palco su cui si recita la perfezione. Ma per chi non riesce a reggere la pressione, la fuga diventa l’unica opzione. Quasi 4 ragazzi su 10 non escono più perché non si sentono all’altezza di un mondo che richiede costantemente performance e successo. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata. I giovani, iperconnessi ma soli, si rifugiano nel virtuale, dove la socialità si riduce a un like o a un messaggio lasciato in sospeso. E, così, la realtà diventa insostenibile.
All’inizio, il ritiro sociale può sembrare una scelta temporanea: meno uscite, meno contatti, meno esposizione. Ma, col tempo, il rifugio si trasforma in una gabbia. Quasi 4 ragazzi su 10 non escono più, fino a smettere di frequentare la scuola e tagliare ogni legame con il mondo esterno. E c’è un dato preoccupante: più un giovane si isola, meno utilizza anche i social. Non perché stia meglio, ma perché si spegne ogni desiderio di connessione. Diventano invisibili, e se nessuno li cerca rimangono lì, intrappolati in un silenzio che diventa assordante.
Di fronte a questa realtà, la domanda è inevitabile: dove sono gli adulti? Abbiamo lasciato che la tecnologia sostituisse il dialogo, credendo che bastasse uno smartphone per colmare i vuoti. La responsabilità è collettiva. Dobbiamo smettere di banalizzare il problema, riconoscendo che chi si ritira non è pigro o svogliato, ma qualcuno che non trova più un posto nel mondo.
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