
Sul finire del secondo conflitto mondiale, l’Italia ed in particolar modo la Liguria conobbero una lunga striscia di omicidi che sconvolse l’intera Bargagli, nei pressi della Val Bisagno. La lunga serie omicida venne attribuita al ‘Mostro di Bargagli‘, tuttavia non vi fu mai un vero colpevole. Solo sospetti. Proponiamo uno dei casi più misteriosi ma anche più controversi di Italia.
Bargagli, grazie alle 33 frazioni disseminate sull’appennino, attirò la nascita di diverse bande criminali per condurre attività di brigantaggio e contrabbando. Tra queste potremmo considerare la più nota La Banda Dei Vitelli, un vero e proprio gruppo armato specializzato in furto e contrabbando di animali. Quest’ultima era un’attività molto redditizia in un’epoca come quella della guerra. A mettersi contro la Banda dei Vitelli fu il carabiniere Carmine Scotto, che a lungò indagò sui membri e ne ottenne l’arresto di alcuni presso il Tribunale di Chiavari. Doveroso precisare, tuttavia, che la Banda si unì ai partigiani per sfuggire alla legge che li avrebbe incarcerati alla fine del conflitto. Fallirono, apparentemente. Nel 1944, una staffetta partigiana denunciò a Scotto che la sua casa a Bargagli era stata saccheggiata. Il carabiniere si recò sul luogo, ma fu una trappola: la Banda lo assassinò e lo sottopose a brutali torture.
Vi fu un evento in particolare che può rappresentare la nascita del cosiddetto ‘Mostro’, ed è il famoso assalto alla Wehrmacht. Il 19 aprile del ’45, un reparto della Wehrmacht si addentrò in un bosco nei pressi di Bargagli venendo intercettato dai partigiani e dalla Banda. Nonostante la resa delle truppe tedesche, la Banda scatenò il fuoco per saccheggiare i camion, trucidandoli a colpi di mitra. Il bottino su cui la banda metterà le mani supera qualsivoglia immaginazione: banconote italiane ed inglesi, un quantitativo inimmaginabile di lingotti d’oro, oro e gioielli presumibilmente razziati ad ebrei ed altri beni per un valore di 130 milioni di lire dell’epoca. Alcune ricostruzioni riportarono che la Banda mise le mani anche su documenti top secret. Il giorno in cui l’Italia celebrava la Liberazione, il 24 aprile del ’45, la Banda decise di incontrarsi per spartire l’ingente bottino. L’incontro, che avvenne in una villa di Sant’Alberto, vide la morte di 4 membri della banda. Le ipotesi, mai accertate tuttavia, asserivano divergenze nella spartizione, oppure una trappola tesa per dividere con meno individui il bottino. Due giorni dopo, durante una festa per celebrare la Liberazione, esplode una mina anticarro che ucciderà altri 4 membri.
La magistratura deciderà di avviare le indagini nei confronti di alcuni membri, ascoltando Armando Grandi, carabiniere, e Federico Musso, becchino del piccolo paese, a seguito di ben 8 omicidi. Quest’ultimo, pur avendo collaborato con la Banda, decide di aiutare gli inquirenti. La sua testimonianza gli costò la vita: il Mostro di Bargagli lo assassinerà. Tra il 1969 ed il 1971 la furia del Mostro colpirà due staffette partigiane: Maria Assunta Balletto, deceduta, e Maria Ricci. Quest’ultima sopravvive all’attacco, ma decide di non fornire nessun dettaglio agli inquirenti. Pochi mesi dopo la nuova vittima è Cesare Domenico Moresco, campanaro della chiesa del luogo. L’abitazione della vittima viene trovata a soqquadro, gli inquirenti conclusero che potesse essere in possesso di qualcosa ritenuto importante dal killer. Nel corso degli anni il mostro continua a mietere vittime su vittime.
Il sostituto procuratore Luigi Carli apre un fascicolo sul Mostro ed individua come principale sospettato Francesco Pistone. I sospetti di Carli hanno un fondamento: Pistone è un ex carabiniere che nel 1944 diserta per unirsi ai partigiani. Nel corso delle indagini, che vedranno numerosi interrogatori e perquisizioni nella casa di Pistone, verrà ritrovato assassinato Pietro Cevasco. Egli era un testimone chiave e, nonostante i sospetti su Pistone, il suo alibi lo scagionò. Tuttavia il processo subisce una svolta inaspettata: il sindaco Luciano Boleto, di stampo comunista, insorge contro Carli. L’accusa sarebbe, da parte del sindaco, di voler criminalizzare la Resistenza ed i partigiani. Il procuratore, così, si vede costretto a chiudere le indagini. Seguirà un’ulteriore striscia di sangue: Carlo Spallarossa e la baronessa Anita De Magistris. Ella era la moglie di uno degli ufficiali della Wehrmacht uccisi durante l’assalto, che si trasferì a Bargagli per indagare sulla morte del marito.
Il mostro arresta la sua sete omicida. Tuttavia, nel 1985 il principale sospettato Francesco Pistone viene trovato impiccato in un capannone vicino Bargagli. Prima di questo suo estremo gesto, ha lasciato un biglietto per la sua famiglia con scritto: «sono innocente, ma sono perseguitato per questi 20 anni di sospetti». Da quel momento in poi, nessuna morte perseguiterà Bargagli. L’inchiesta si chiude senza alcun colpevole, solo tanti sospetti che vennero prontamente assolti. È molto probabile che ciò che indentifichiamo come ‘mostro’ siano in realtà più persone. Difficile, infatti, che tutti quegli omicidi siano stati commessi da una sola persona. La pressione politica e mediatica ha impedito di fare luce su una vicenda che ha spaventato la popolazione per più di quarant’anni. Diversi quotidiani dell’epoca misero in dubbio anche l’assalto alla Wehrmacht, sostenendo si tratti di una favola, un evento probabilmente avvenuto ma con risultati inferiori a quanto dichiarato. Il mistero di Bargagli lascia diversi interrogativi.
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