
Aldo Moro viene rapito il 16 marzo 1978, da un commando delle BR, sterminando la scorta formata da cinque agenti di polizia. I brigatisti definiscono l’azione come “attacco al cuore dello Stato”.
Il sequestro dura 55 giorni. Il corpo viene ritrovato la mattina del 9 maggio nel portabagagli di una Renault 4 rossa in Via Caetani, a pochi metri di distanza dalla sede della Dc.
Sono 55 giorni di tensioni, paure, speranze, depistaggi, false informazioni. Tanto per fare un esempio, il covo di Via Montalcini dove poi si scoprirà che era detenuto Moro, si trova sotto sorveglianza della polizia per via di alcune segnalazioni, ma, misteriosamente, non viene mai fatto alcun tipo di controllo. Il tutto fino al tragico epilogo del 9 maggio. In un’intervista rilasciata molti anni dopo, Steve Pieczenik agente Cia, dichiara in un’intervista che “il sacrificio della vita di Moro era necessario”.
‘Il puzzle Moro’ di Giovanni Fasanella si inserisce in una quadrilogia di volumi che si basano su documenti desecretati del servizio segreto britannico. Da questi documenti emerge l’avversione delle potenze alleate al tentativo dell’Italia di avere una politica estera autonoma.
Ai timori per la politica estera di Moro, si aggiunge la paura delle potenze Nato sulle conseguenze che potrebbe avere la strategia del compromesso storico.
I timori e le avversioni alle politiche di Moro vengono fuori apertamente dai documenti desecretati dei servizi segreti britannici. Oltre a questi documenti, Fasanella si avvale delle conclusioni delle tre commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro e su testimonianze dirette. Francesco Cossiga, parla di un esautoramento del governo italiano durante il rapimento Moro, a favore della struttura paramilitare riconducibile a Gladio, guidata dalla Nato.
Gli Stati Uniti sono preoccupati per l’ipotesi di ingresso dei comunisti al governo. Mentre i timori degli inglesi sono rivolti soprattutto all’attivismo della politica del presidente della Dc nel campo della politica estera e di quella energetica che, ostacola i piani neocolonialistici britannici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Attivismo che sarebbe uscito rafforzato da un accordo storico fra cattolici e comunisti.
Fasanella non risponde alla domanda se le BR fossero infiltrate o eterodirette. Ne ha il sospetto ma, in assenza di prove dirette e inconfutabili, non si esprime. In realtà, non si pone neanche il problema. Quello che a lui interessa è, invece, sostenere sulla base dei fatti che l’uscita di scena di Moro dalla vita politica italiana era nell’interesse di molti Stati.
Il bar Olivetti di Via Fani era rimasto chiuso nelle settimane precedenti la strage, ma, a detta di molti testimoni, la mattina del 16 marzo era aperto. Fasanella ritiene che probabilmente servì ai brigatisti per nascondersi dietro le fioriere del locale prima che passasse Moro con la scorta. Il proprietario del bar, Tullio Olivetti, è un personaggio ambiguo legato ai servizi segreti, ad ambienti di estrema destra e alla mafia. Le indagini su di lui non decollarono mai. Il suo accusatore viene accusato di essere un mitomane, sulla base della perizia di due tecnici che negli anni successivi si rivelano essere iscritti alla loggia massonica P2.
Durante il rapimento Moro, il governo italiano viene di fatto esautorato dalla Nato che teme che lo statista possa parlare e rivelare segreti militari e politici dell’alleanza. Il timore della Nato scatta quando viene rivelata la prima lettera inviata da Moro dalla sua prigionia. Nella lettera Moro dice a Cossiga che una trattativa per la sua liberazione è necessaria per motivi di sicurezza, in quanto i brigatisti lo stanno interrogando su questioni sensibili. La lettera deve rimanere segreta, ma Moretti disattende l’accordo.
La rivelazione della lettera di Moro ha un duplice effetto: scatena i timori dei Paesi Nato che Moro possa rivelare segreti militari dell’alleanza e segna, di fatto, la fine politica dello stesso Moro. In qualunque modo si fosse concluso il rapimento, Moro è a quel punto bruciato, il suo futuro politico è finito. C’è da chiedersi perché Moretti sveli il contenuto della lettera e quale fosse l’interesse delle BR a bruciare la figura di Moro che, anzi, una volta liberato, avrebbe potuto essere dirompente per la Dc e per l’intero assetto politico di allora. Mentre invece era chiarissimo l’interesse dei Paesi Nato di eliminare definitivamente Moro dalla scena politica italiana.
Fasanella ritiene che quello delle BR sia stato un vero e proprio golpe che ottenne effetti rilevanti sulla storia del nostro Paese. La conseguenza più diretta e immediata è la fine dei governi di solidarietà nazionale e il tramonto dell’ipotesi di compromesso storico. Inoltre, il Pci si rinchiude in sé stesso e si allungano, i tempi di trasformazione del partito e di definitivo distacco dalla tradizione comunista.
Dopo la morte di Moro gli uomini a lui più vicini, vengono estromessi dai posti di comando. Ciò determina un drastico abbassamento della qualità della classe dirigente, che il Paese pagherà caro con l’enorme difficoltà ad adattarsi al regime dell’alternanza dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda. Con la morte di Moro va in frantumi l’enorme lavoro fatto per dare all’Italia un ruolo di prestigio a livello internazionale.
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