
Da oltre un anno e mezzo la Striscia di Gaza vive un genocidio che ha sconvolto ogni regola umanitaria. 600 giorni di bombardamenti sistematici, di fame imposta, di ospedali svuotati, di speranze sepolte. Nel frattempo, il governo italiano ha offerto solo “preoccupazioni” di facciata, senza mai esigere una tregua vera né mettere in campo soluzioni per i profughi palestinesi.
Sin dall’autunno 2023, Gaza è stata divisa in zone di morte: Rafah, Khan Younis, Gaza City. Ogni offensiva, l’ultima in corso proprio nei pressi del confine con l’Egitto, ha siglato il fallimento di qualsiasi strategia di pace. Secondo uno studio di ISPI, le successive fasi di offensiva militare hanno distrutto oltre l’80% delle infrastrutture civili. In questo modo un milione e mezzo di persone è rimasto senza acqua potabile e con accesso intermittente all’elettricità. Le strade, un tempo cuore pulsante di mercati e attività quotidiane, oggi sono soltanto corridoi di morte.
Le agenzie Onu stimano che almeno 54.000 palestinesi siano rimasti uccisi fino alla fine di maggio 2025, il 70-80% dei quali civili, inclusi bambini e anziani. Le immagini viste sui canali mediatici — ospedali ridotti a ruderi, colonne di profughi in fuga, centri di raccolta per sfollati strapieni di famiglie — raccontano una verità ineludibile. Gaza sta vivendo un vero e proprio sterminio di massa. I corridoi umanitari restano telegrafici e inaffidabili, spesso congelati da scontri sul terreno e da blocchi militari
Nonostante l’appello delle Nazioni Unite e di diverse potenze regionali, un cessate il fuoco duraturo non è mai stato né negoziato né rispettato. Le tregue lampo, propagate come vittorie diplomatiche, sono durate poche ore prima di essere infrante dai nuovi raid. Ogni mediazione è naufragata di fronte alla determinazione israeliana di procedere senza compromessi, aggravando la disperazione della popolazione civile che vive ormai da due anni in un perenne stato di terrore.
Non si tratta di mera retorica; l’uso del termine “genocidio” è stato più volte sostenuto da accademici e organizzazioni internazionali. La strategia militare israeliana sembra mirare non solo alla neutralizzazione di gruppi armati, ma alla distruzione sistematica della società palestinese. La mancanza di distinzione tra combattenti e civili, le tattiche che mirano a privare intere comunità di risorse vitali, le ripetute esclusioni di Gaza dalle agenda diplomatiche globali convergono in un disegno che assomiglia sempre più a un genocidio deliberato.
Nel corso di questi 600 giorni, il governo italiano si è limitato a esprimere la consueta “profonda preoccupazione” e a ripetere formule di rito nelle sedi internazionali, senza mai trasformare le parole in azioni concrete. Nessuna pressione diplomatica significativa su Tel Aviv. Nessun piano strutturato di accoglienza per chi fugge dalla devastazione. Nessuna iniziativa concreta per far rispettare il diritto internazionale. In un momento storico in cui l’Europa potrebbe davvero giocare un ruolo decisivo, l’Italia sceglie l’immobilismo, tradendo nei fatti quel ruolo di ponte mediterraneo che tanto proclama a parole.
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