
Nell’anno in cui la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati compie 75 anni, il Global Trends Report pubblicato dall’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) è un’occasione per interrogarsi su cosa resta oggi della promessa di protezione per i rifugiati.
Firmata all’indomani della Seconda guerra mondiale, la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, che non va confusa con le quattro convenzioni omonime e più famose del 1949 sul diritto bellico, riconosce la condizione di “rifugiato” stabilendo i diritti dei singoli che hanno ottenuto l’asilo e le responsabilità delle nazioni che garantiscono l’asilo medesimo. Tra i vari punti che costituiscono il trattato, l’articolo 1 integra per la prima volta in modo organico la condizione di rifugiato:
Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi. “
La Convenzione è costituita da altri principi divenuti norme consuetudinarie, quindi vincolanti anche per gli Stati non contraenti l’accordo e perciò fortemente funzionali allo scopo, che sono: quello di non-discriminazione (stabilito nell’articolo 3), quello di non-penalizzazione (stabilito nell’articolo 31) e non-respingimento (non-refoulement, stabilito nell’articolo 33). Proprio quest’ultimo principio, il non-refoulement, è il più innovativo e rilevante e sancisce che nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è un’organizzazione fondata nel 1950 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Ginevra impegnata nella protezione dei diritti dei rifugiati, degli sfollati e degli apolidi che ogni anno pubblica il rapporto sulle migrazioni forzate. Il Rapporto Global Trends, che fa riferimento ai dati raccolti nel 2025, mostra una situazione di relativo miglioramento che vede ammontare a 117,8 milioni le persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani a fronte dei 123 milioni dell’anno precedente.
Nonostante il contesto di instabiltà globale il numero complessivo di rifugiati è in calo. Potrebbe sembrare un paradosso ma al fenomeno delle migrazioni forzate si affianca quello dei ritorni nei paesi di origine, che non sempre avviene volontariamente e in condizioni di sicurezza. Infatti, molti dei rimpatri in questione avviene sotto pressione e in territori segnati da crisi politiche e conflitti o in contesti in cui non è favorita l’integrazione. Dal Rapporto Global Trends si evince, quindi, che la crisi dello sfollamento forzato resta enorme e le soluzioni disponibili sono ancora fragili, insufficienti e distribuite in modo profondamente diseguale.
Oltre alla protezione dei diritti dei rifugiati, l’UNHCR si occupa anche dei diritti degli apolidi, ovvero la condizione giuridica di chi non è riconosciuto come cittadino da alcuno Stato secondo la propria legislazione. Alla fine del 2025, secondo il report, erano circa 4,5 milioni le persone senza una cittadinanza riconosciuta, anche se i numeri sono incerti considerando che molti Stati non raccolgono e non diffondono dati ufficiali. Anche la definizione di apolide rientra nelle norme consuetudinarie di diritto internazionale e, pertanto, gli Stati includono la tutela di tali diritti nei propri ordinamenti. Anche l’Italia, grazie l’articolo 10 della Costituzione si conforma a tali norme. Infatti, la cittadinanza italiana è concessa agli apolidi principalmente per naturalizzazione (residenza), usufruendo di un canale agevolato rispetto ai normali cittadini extracomunitari.
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