
Oggi, 23 maggio, ricorre il trentatreesimo anniversario della strage che nel 1992 portò alla morte del magistrato Giovanni Falcone, di sua moglie, anch’essa magistrato, Francesca Morvillo, e degli agenti della loro scorta, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. A 33 anni dalla strage di Capaci, non ne conosciamo ancora i reali mandanti, e le realtà di lotta alla criminalità organizzata risultano essere sempre più frammentate.
Il 23 maggio 1992, nei pressi dello svincolo di Capaci, sull’autostrada A29 che collega Palermo a Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino), 500 kg di tritolo esplodono tramite un pulsante azionato da Antonio Gioè e Giovanni Brusca (“u verru”, “u porcu”, o “u scannacristiani”, per gli amici), facendo saltare in aria l’intero convoglio che proteggeva costantemente Falcone, obiettivo di punta di Cosa Nostra insieme al giudice ed amico Paolo Borsellino. Un attentato “eccellente”, organizzato nei minimi dettagli con la collaborazione fra organi deviati dello Stato e mafiosi di Cosa Nostra, e che anticipò la strage di Via D’Amelio, con cui il 19 luglio dello stesso anno, perse la vita il giudice Borsellino, insieme agli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato uccisa in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Non è difficile ritenere le stragi di Capaci e via D’Amelio dei veri e propri crimini di guerra. Cosa Nostra in quegli anni non solo fu posta alle strette da una parte dello Stato e decimata dal Maxi processo di Palermo, ma risultava essere reduce da una faida interna fra le famiglie della vecchia mafia (Bontate, Inzerillo, Badalamenti) e la fazione corleonese guidata da Totò Riina, macellaio di prim’ordine di Cosa Nostra, che la riformò decidendo di muovere guerra contro lo Stato, utilizzando come arma proprio lo stragismo. Un attentato vigliacco, organizzato ai danni di chi ebbe l’unica “colpa” di accettare una sorte tragica pur di adempiere al suo dovere.
Il ricordo delle vittime di mafia non può e non deve essere un semplice esercizio teorico volto a ripulire la nostra coscienza: deve tradursi quotidianamente in impegno civile ed attivo affinchè il la piovra mafiosa e camorristica che attanaglia le nostre terre da secoli, scompaia definitivamente. Sfortunatamente non possiamo asserire che l’antimafia siciliana goda di un perfetto stato di salute: partendo dai dissidi interni fra la famiglia Falcone e la Famiglia Borsellino, passando per l’attuale battaglia che la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo (FdI) sta portando avanti contro i parlamentari ed ex magistrati De Raho e Scarpinato, per terminare con le centinaia di associazioni che affiancano alla propria “lotta” il termine “antimafia” senza rappresentarne autenticamente i valori.
In Campania la situazione non è di certo migliore, anzi. Se in Sicilia possiamo affermare che nonostante le differenze di vedute esistano migliaia di realtà antimafiose attive per sensibilizzare sul tema, qui, nella nostra terra, sono ben poche le associazioni che lavorano attivamente in funzione anticamorristica per garantire un futuro differente ai propri concittadini.
Per ora è indubbio, stiamo fallendo; fin quando non vi sarà una rete sincera, concreta, unitaria ed apartitica di lotta alla criminalità organizzata, di Falcone e di tutte le vittime innocenti di mafia resteranno solo i brandelli di pelle dilaniati dal piombo e dal tritolo.
LEGGI ANCHE: Le nuove mafie non sparano
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...