
Negli ultimi tempi risulta complesso immaginare un futuro roseo per la città di Castel Volturno. Le tante piaghe sociali che attanagliano la città pian piano emergono sempre di più. Un tessuto sociale così fragile si sgretola sotto i colpi dell’abbandono e della mancanza di una chiara impronta culturale che risulta completamente assente. Basti vedere gli ultimi eventi di cronaca che hanno segnato la città di Castel Volturno, che testimoniano quanto l’infanzia, quella assodata per definizione, sia diventata un raro lusso in città.
Castel Volturno rischia di comportarsi come una madre che non ha gli strumenti per impartire la giusta educazione ai propri figli. Per questa città occorrerebbe cambiare il modo con il quale la si guarda, abbiamo spesso raccontato la complessità sociale che ha Castel Volturno, definendola come una piccola metropoli cosmopolita. Un territorio che ospita circa 90 etnie diverse, con una forte presenza di immigrati, un tasso di disoccupazione altissimo e tante altre emergenze, ci impongono di analizzarla come una città diversa dalle altre. Per un fenomeno diverso, occorre una strategia differente.
Nella storia che vi riportiamo in questo articolo leggerete della vita di una giovane madre che vive a Castel Volturno e che riscontra delle problematiche insormontabili. La domanda che ognuno di noi si pone leggendo questa storia quotidiana, è la seguente: “Che futuro ha un bambino che nasce a Castel Volturno?”.
Nel territorio i luoghi di aggregazione e la sola scuola non bastano. Castel Volturno ha perso tante occasioni da questo punto di vista, basti pensare al parco urbano di Pinetamare, un’opera completata da quasi due anni, ma che ancora non ha visto la luce. Tornando al passato prometteva bene il centro di aggregazione giovanile situato in via Niccolò Macchiavelli, in Villaggio del Sole, che con il passare del tempo ha completamente snaturato i motivi della sua creazione. Un centro che doveva servire come “punto di aggregazione giovanile volto all’integrazione giovanile, per rafforzare il confronto tra i giovani”.
Attraverso la storia di una giovane madre di Castel Volturno, decidiamo di raccontarvi la complessa quotidianità vissuta da un genitore, in questa città, tra luci ed ombre.
Sei una giovanissima mamma single di un bambino di 8 anni. Puoi presentarti brevemente e raccontarci chi ti ha sostenuto in questi anni?
«Mi chiamo Raffaella Maione, sono una giovane mamma single di 27 anni e vivo a Pinetamare. Attualmente lavoro come collaboratrice domestica. Ho partorito mio figlio Giuseppe all’età di 18 anni. In tutti questi anni ho avuto il sostegno dei miei genitori, dei miei amici e dei miei parenti».
Giuseppe frequenta la scuola elementare. Oltre l’orario scolastico, adesso che è più grandicello, come trascorre i pomeriggi? Ha un gruppetto di amici e un posto “sicuro” dove incontrarli?
«Oltre a frequentare il doposcuola ed il catechismo, di solito Giuseppe trascorre il pomeriggio a casa, giocando e facendo videochiamate con i propri compagni di classe. Quando si sente particolarmente solo mi chiede di raggiungere gli amichetti a casa. Purtroppo in zona manca un luogo dove tutti i bambini della sua età possano incontrarsi e stare insieme in sicurezza».
Tuo figlio ha iniziato a fare piscina qualche anno fa, ma adesso è fermo. Perché?
«È fermo perché non ho più avuto la possibilità di accompagnarlo in quanto la struttura che ospita la piscina si trova a Giugliano, non qui a Castel Volturno. Considerata la distanza, usufruivo del passaggio in macchina di un’altra mamma che accompagnava a sua volta il figlio. Per una serie di motivi sono venuti meno a quest’impegno e, dunque, non ho più potuto portare Giuseppe in piscina. Non essendo automunita e non esistendo altri mezzi di trasporto per raggiungere Giugliano, purtroppo mio figlio ha dovuto rinunciare a fare nuoto».
Cosa manca secondo te in questo territorio perché bambini in età scolastica possano ritrovarsi?
«Quello che manca è proprio un punto di ritrovo. Molte attività ludiche aprono, ma poco dopo chiudono; i bambini della zona tendono sempre a ritrovarsi in strada che, chiaramente, non rappresenta un posto sicuro. Pesa l’assenza di centri educativi e ricreativi dove i bambini possano intrattenersi e praticare sport di vario tipo. Mancano spazi verdi, parchi giochi e ludoteche. A mio figlio vorrei poter dare di più e garantire un futuro migliore, ma affinché ciò accada è necessario che anche le istituzioni locali facciano la loro parte. I nostri figli rappresentano il futuro di questo territorio che, se non salvaguardato, è destinato a morire».
di Stefano Errichelli e Patience Montefusco
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