
Napoli non è una città che si lascia scoprire facilmente. Devi scavare, perderti nei vicoli, ascoltare le storie che vibrano nei muri antichi. È in uno di questi vicoli, precisamente in via dell’Anticaglia 12, che ho incontrato Carmine Cervone, il custode di una tradizione che rifiuta di morire. Il piccolo laboratorio di Carmine è un mix di odori di carta e inchiostro, con il suono delle macchine tipografiche d’epoca che risuona come una sinfonia meccanica. Questo luogo, però, non è solo una tipografia. È un museo vivente, dove ogni pezzo racconta una storia. Mi accoglie con un sorriso contagioso, le mani sporche d’inchiostro, e l’energia di chi sa di custodire un tesoro che vuole condividere con il mondo.
«Tutto è iniziato con un’ossessione: non volevo che l’arte della stampa sparisse. Vedi, mio nonno e mio padre erano tipografi. Ho imparato quest’arte da bambino, tra macchine pesanti e caratteri mobili che odoravano di metallo. Quando ho visto che la stampa stava diventando solo un ricordo, ho deciso di fare qualcosa. Non volevo solo salvare le macchine, ma anche le storie. Ogni tipografia di Napoli aveva un’anima, e il mio sogno era di preservarne almeno una» racconta Carmine. La Tipografia Museo non è solo una raccolta di vecchie macchine. È un viaggio nel tempo. Ci sono torchi a mano, caratteri mobili in legno e piombo, vecchi manifesti stampati che raccontano la vita di una Napoli ormai perduta. Carmine si ferma davanti a una vecchia pressa manuale. «Questa macchina qui – dice – veniva usata per stampare i manifesti teatrali negli anni Trenta. Guarda i dettagli, la precisione. Non c’è macchina moderna che possa replicare questa bellezza». Ma la storia di Carmine non finisce nel suo laboratorio. Poco lontano dalla sua tipografia, c’è una chiesa abbandonata che sta per rinascere.
«La Chiesa di Santa Maria della Vittoria, detta della trinità dell’Anticaglia e tra poco anche chiesa dei Tipografi, è chiusa da più di 70 anni. Quando ho scoperto che c’era una possibilità di riaprirla, ho pensato: perché non farla diventare un museo dell’arte della stampa? Sarà un luogo dove storia, arte e tradizione si incontrano. Vogliamo esporre macchinari, documenti antichi, ma anche organizzare workshop per insegnare alle nuove generazioni il valore di questa arte». Sulle persone che visitano il laboratorio, invece, Carmine afferma che «spero capiscano che la stampa non è solo tecnica, ma anche poesia. Ogni pagina stampata ha una storia. Voglio che la gente tocchi con mano ciò che oggi diamo per scontato. Vedi, nell’epoca digitale, dimentichiamo il valore della materia, dell’oggetto fisico. Qui voglio che si sentano connessi a qualcosa di più grande, alla storia stessa dell’umanità».
Mentre lascio la tipografia, non posso fare a meno di riflettere su quello che Carmine ha detto. In un mondo che corre verso il digitale, lui ha deciso di rallentare, di fermarsi e di proteggere un’arte che potrebbe facilmente essere dimenticata. La Tipografia Museo e il progetto della Chiesa di Santa Maria della Vittoria sono più di semplici luoghi: sono testimonianze di una Napoli che resiste, che non si piega al tempo e che continua a raccontare le sue storie, una pagina alla volta. Se vi trovate a Napoli, perdetevi nei vicoli. E quando arrivate in via dell’Anticaglia, fermatevi da Carmine. Potreste scoprire non solo la storia della stampa, ma anche qualcosa su voi stessi.
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