
“Napoli e i napoletani hanno con la morte un rapporto particolare, molto stretto. E con la loro proverbiale ironia sono stati capaci di farsela amica, esorcizzandola. E se la morte altrove segna la fine di tutto, almeno su questa terra, a Napoli non è affatto così”.
Il calendario cattolico, questa settimana, segna due ricorrenze importanti: la solennità di Ognissanti e la Commemorazione dei fedeli defunti, legata una all’altra per il loro significato “escatologico”, che riguarda cioè le realtà ultime. A Napoli, potremmo dire, è festa grande perché da sempre il culto dei morti ha un posto particolare nella sensibilità popolare. Il Comune ha organizzato la seconda edizione di “Uànema: festa degli altri vivi” e predisposto il piano traffico ad hoc in previsione della grande affluenza ai cimiteri.
I napoletani hanno con la morte un rapporto particolare, molto stretto. E con la loro proverbiale ironia sono stati capaci di farsela amica, esorcizzandola. E se la morte altrove segna la fine di tutto, almeno su questa terra, a Napoli non è affatto così. Chi muore non va mai veramente via, e non solo dagli affetti di chi gli ha voluto bene, ma rimane in qualche modo una presenza “sensibile”, che si tocca. È il caso delle “capuzzelle” sparse in parecchi cimiteri ipogei della città: le più famose sono al Cimitero delle Fontanelle, alla Sanità, o alla chiesa del Purgatorio ad Arco lungo via dei Tribunali. Qui, almeno fino a qualche decennio fa, i napoletani erano soliti adottare un teschio, al quale si tributavano le cure come se fosse vivo. Pulito periodicamente, adornato, accarezzato, onorato con le preghiere di suffragio, in una sorta di “do ut des“: io prego per te, che forse in vita non hai avuto nessuna fortuna, tu dal canto tuo, preghi per me e mi elargisci i favori celesti.

Ma la morte diventa anche strumento di equità sociale in una città da sempre divisa tra la sua parte ricca e nobile e la sua parte popolare, che ne è l’anima più profonda. È il racconto che ne fa Totò nella sua celebre “Livella” dove due i personaggi, molto diversi tra di loro per estrazione sociale, entrambi morti, sepolti l’uno accanto all’altro, benché abbiano avuto una vita molto diversa per comodità e ricchezze, sono resi uguali proprio dalla morte: “
“‘A morte ‘o ssaje ched’è? E’ ‘na livella:
‘nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno ‘stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pur’o nomme”.
Ogni festa che si rispetti ha il suo piatto o dolce tipico. Così a San Giuseppe si mangia la zeppola, a Pasqua le pastiere invadono le vetrine delle pasticcerie. In questi giorni tocca al torrone dei morti, che i più anziani ancora chiamano “o murticiello“. Non è il torrone che tutti conosciamo, fatto con zucchero e mandorle, ma un lingotto di cioccolata farcito con le nocciole. La forma richiama la bara, le nocciole o la frutta secca con la quale è farcito rimandano alle ossa dei morti. Un dolce apparentemente macabro ma capace di esorcizzare ancora una volta la morte e rendere questo evento ineluttabile meno amaro e più facile da sopportare. La tradizione popolare riteneva che nella notte tra Ognissanti e il 2 novembre i defunti tornassero dall’aldilà per rendersi visibili ai vivi. Avevano affrontato un lungo viaggio e quindi bisognava rifocillarli, facendo trovare loro qualcosa da mangiare. Il torrone non poteva mai mancare.

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