
Caro Sindaco, io ho bisogno di fare Musica. Ho bisogno di suonare in mezzo alla gente di Napoli, con la mia Napoli. Ho bisogno di credere che una cosa bella come quella che facevo io, non debba essere più condannata e io non debba più sentirmi nel torto. Ho visto migliaia di persone che si divertivano con me.
Come può essere denunciata un’attività come la mia?
«Tenere pulita Napoli non ha senso se non si tengono puliti i Napoletani». È una delle frasi conclusive della lettera-appello che Gianmario Bruno Sanzari, un musicista di strada trentenne, ha idealmente indirizzato al Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.
La sua storia, raccontata in prima persona, diventa il simbolo della battaglia degli artisti di strada contro il rigido regolamento comunale che, dal 2022, vieta l’uso di amplificatori e percussioni su tutto il territorio urbano.
Cresciuto nei Quartieri Spagnoli, Gianmario descrive la musica come la sua salvezza: «La musica mi ha tirato fuori da un contesto più che difficile, “vuoto” e privo di senso. La musica mi ha salvato? No. La musica ha fatto di più. Mi ha tenuto lontano da tutto quello che mi circondava e mi ha permesso di vedere il bello anche dove il bello non aveva possibilità di esistere».
Il suo progetto artistico era creare connessione: «Da quando anni fa ho cominciato a suonare in strada ho incontrato tantissime persone. E ogni volta che una di loro cantava insieme a me, tornavo a casa col sorriso… Forse quelle stesse persone di cui ho sempre diffidato, quando stanno in Musica con me, possono essere diverse per qualche minuto». Al Centro Storico aveva creato un evento unico: «Da un lato c’ero io con la chitarra e il microfono; dall’altro c’erano centinaia di persone che cantavano insieme a me, senza avvertire la distanza di un palco».
Poi, l’ostracismo delle istituzioni. «Sono arrivate le prime segnalazioni, le prime denunce, le prime multe salatissime». Anche dopo essersi attenuto scrupolosamente alle regole, suonando di pomeriggio e nei luoghi consentiti, la situazione non è migliorata: «Anche stando nel giusto, sono stato allontanato più volte dalle forze dell’ordine, senza che mi venisse data una spiegazione plausibile… E anche lì mi sono sentito un delinquente. Perché un vigile non può dire a un ragazzo dalla faccia pulita, che sta semplicemente cantando in strada le canzoni di Battisti “mo te ne ‘a ij, E BASTA”».
La sua frustrazione si scontra con la realtà del divieto assoluto, l’Articolo 12 comma 4. Per continuare a suonare, si è visto costretto a scelte amare: «Sono tornato a suonare di sera… in una piazza che detesto, perché nessuna volante sarebbe mai potuta intervenire per farmi smettere. Ma lì, non mi è mai piaciuto suonare. Mi sono dovuto nascondere manco fossi un ladro».
Il punto più drammatico della sua testimonianza è la consapevolezza di un fallimento sociale: «Ieri sera per la prima volta mi è balenata in testa l’idea di farmi “proteggere” da qualcuno più potente di me… QUESTO E’ IL FALLIMENTO PIU’ GRANDE CHE UNA CITTA’ POSSA CONOSCERE. La consapevolezza che è nato, in un ragazzo pulito come me, il desiderio di ricorrere a qualcosa di sporco pur di sentirsi al sicuro».
La sua conclusione è una richiesta di senso, oltre che di legalità: «Come può una chitarra arpeggiata non avere bisogno di un minimo di amplificazione, in una città ricoperta da mille clacson e sirene?!… Come può essere denunciata un’attività come la mia? Non sto spacciando, non sto fomentando risse, non sto sparando a nessuno».
La sua battaglia, e quella di molti altri artisti, attende ancora una risposta dalle istituzioni, anni dopo i primi incontri.
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