
Anche a Napoli, come nelle grandi città italiane, nascere e vivere in un quartiere piuttosto che in un altro può cambiare pesantemente il futuro di un minore. È questo il dato che emerge dalla ricerca condotta dall’associazione Save The Children – dal titolo “I luoghi che contano” – che evidenzia un dato a dir poco allarmante: la vita di circa più di un/a minore su dieci nelle aree più fragili delle città metropolitane è terribilmente segnata da fattori come la povertà educativa, la dispersione scolastica e la mancanza di opportunità – aspetti che incidono molto di più in quelle aree piuttosto che nel resto dei territori urbani.
Dopotutto, parliamo di aree urbane storicamente caratterizzate anche da scarse opportunità di accesso a spazi verdi e servizi ricreativi: altri elementi che inevitabilmente influenzano la vita delle nuove generazioni che popolano questi rioni. E non a caso, questi quartieri vengono indicati all’interno della ricerca con il termine di ADU – acronimo di “Area di Disagio socioeconomico Urbano” – dove si concentra, in termini percentuali, circa l’11,2% del totale degli 0-17enni residenti in città.
Le analisi – pubblicate alla vigilia della nuova edizione della Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, “IMPOSSIBILE 2026“, che si terrà nella Capitale, presso l’Acquario Romano, il prossimo 21 maggio – accendono i riflettori anche sul capoluogo partenopeo, al quale dedicano un ampio capitolo. I dati disponibili, infatti, sottolineano anche che proprio nelle ADU – pari a circa una decina, stando a quanto rilevato dall’Istat nella sola Napoli – vivrebbe in condizioni di povertà relativa il 60,1% delle famiglie. Ancora, il tessuto sociale di questi quartieri sarebbe anche segnato da un consistente tasso di abbandono scolastico: non si può restare indifferenti, difatti, dinanzi al 18,1% degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado che ha rinunciato agli studi, o comunque ripetuto l’anno scolastico – una percentuale quasi doppia rispetto al 9,8% della media dell’intero comune.
In questo panorama, si inseriscono anche il pesante rischio di dispersione implicita, che colpisce il 21,2% dei ragazzi che frequentano l’ultimo anno delle medie – 4 punti percentuali in più della media del comune, che si attesta intorno al 17,1% – accanto al 42,9% dei 15-29enni che non studia e non lavora – rispetto al 29,4% della media del comune (+13,5 punti percentuali).
Ma, in generale, a destare non poche preoccupazioni non sono soltanto le fotografie scattate da Save The Children in merito al solo capoluogo campano. D’altronde, sono circa 142mila i minori – tra bambini, bambine e adolescenti – a vivere all’interno delle 158 ADU rilevate dall’Istat, sparse in tutto lo Stivale. Accanto, infatti, a Napoli, su scala nazionale a suscitare non pochi allarmismi sarebbero anche le città di Roma, Milano, Torino e Palermo, dove si concentra quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree. In un simile quadro nella sola Capitale risiederebbero oltre 30mila 0-17enni che rientrano in questa percentuale.
Ed è proprio in queste periferie che si concentra il 42,3% delle famiglie in povertà relativa. Un dato che porta sulle sue spalle anche il peso delle numerose disuguaglianze sociali ed educative che insistono in questi rioni – piuttosto marcate rispetto ad altre aree delle città. Tuttavia, in questo contesto, le disparità più forti emergono specialmente nel Sud e nelle Isole, e non solo a Napoli: nella sola Palermo, per esempio, la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie che vivono nelle ADU.
Ancora, l’indagine condotta dall’Istat rileva anche come queste difficoltà economiche incidano pesantemente anche sulla vita di ogni giorno. Gli studi condotti dall’associazione, infatti, pongono l’accento anche su una serie di percentuali a dir poco inquietanti: in queste zone profondamente disagiate, infatti, si registra il 12,7% dei bambini e ragazzi che rinuncia a praticare attività sportive, al quale si affiancano il 19,3% che si rifiuta di uscire con amici, e il 16,5% che non è mai andato in vacanza per più giorni. E tutti per il medesimo motivo: queste attività sono troppo costose.
Ecco, dunque, come in questo contesto risuona ancor più potente il grido lanciato dai sostenitori di Save The Children, e in particolare dalla direttrice generale Daniela Fatarella, la quale sottolinea come “è proprio in questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro”. Ecco, dunque, che si rivela più che mai necessaria “una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe. E, come ci chiedono per primi i ragazzi, sono necessari più spazi pubblici dedicati a loro”.
Dunque, su questa si inserisce anche la proposta di istituire dei Presìdi Socio-Educativi all’interno delle aree più vulnerabili delle città, che comprendano la presenza di spazi pubblici accessibili, sicuri e aperti 365 giorni l’anno, e che accolgano anche diverse attività culturali, sportive, artistiche e ricreative a disposizione dei ragazzi. Ma fondamentale si rivela anche la necessità di disporre anche degli sportelli di ascolto, che possano offrire supporto educativo, psicologico e sociale per i ragazzi. Presìdi che necessitano della collaborazione di istituzioni, scuole, Terzo Settore, associazioni e comunità locali, anche mediante una serie di Patti Educativi di Comunità.
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