
Don Antonio Manganiello sulla nuova produzione Rai a Napoli, Clan
Era l’11 marzo del 1984 quando su Rai 1 andava in onda la prima puntata de “La Piovra“, famosissima serie tv che raccontava l’espansione del mondo della mafia siciliana, che estendeva ovunque i suoi tentacoli. Da qui il titolo dell’opera che, raccontando di apparati statali deviati, traffici di rifiuti, collusioni con il potere politico, aveva in qualche modo preconizzato l’avvento di Tangentopoli circa dieci anni più tardi.
Andata in onda fino al 2001, è la serie televisiva italiana più famosa al mondo. Esportata in circa 80 nazioni, con un pubblico televisivo paragonabile a quello dei grandi eventi. Ogni puntata incollava allo schermo una media di 10 milioni di spettatori con punte di circa 15.
Basti pensare che, qualche anno dopo, nel 1987, la serata conclusiva del Festival di Sanremo, la più vista di sempre, raccolse circa 18 milioni di spettatori. Ad oggi le serie tv sulla malavita organizzata non si contano: negli ultimi 40 anni ne sono state prodotte più di quaranta e tutte hanno avuto un grande successo di pubblico. Si pensi a Gomorra, il capo dei capi, Romanzo criminale, per citarne alcune. E se Paolo Borsellino, caduto per mano della mafia nel 1992, esortava con insistenza «Parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali, però parlatene», il problema ricorrente è come parlarne, a chi affidare una comunicazione così delicata che rischia di suscitare emulazione e generare mentalità, soprattutto tra i giovani.
Il “Padrino”, che del cinema sulla malavita è l’archetipo, è un grande film dal punto di vista cinematografico ma finisce, ad esempio, per mitizzare il boss. A Napoli, dopo il successo di “Mare fuori”, la serie tv che raccontava le vicende dei detenuti dell’istituto penitenziale minorile di Nisida – che ha spopolato tra i giovani – in questi giorni si gira “Clan”, prodotta dalla Rai. Clan narra ancora una volta le vicende criminali di teenagers napoletani. Le location scelte sono Scampia, già set del film e della serie tv “Gomorra”, ma anche Piscinola, Miano e la Sanità.
E proprio a Scampia, dove la criminalità minorile è molto diffusa con un’evasione scolastica da far paura, e dove il tasso di disoccupazione tocca il 65%, lavora Don Aniello Manganiello, sacerdote dell’Opera Don Guanella, parroco della chiesa di Santa Maria della Provvidenza da circa 25 anni, uno che la “sua” Scampia la conosce bene.
Don Aniello, a Napoli si gira “Clan”, Scampia e la Sanità. Non crede sia giunto il momento di dire basta alla proliferazione di produzioni di questo tipo?
«Certo che bisognerebbe dire basta, ma purtroppo sono convinto che queste produzioni televisive e cinematografiche continueranno perché c’è la necessità, per soldi, di rispondere ad un pubblico che cerca sempre più contenuti che alimentano la curiosità più becera e più violenta. L’opinione pubblica va corretta e accompagnata a purificare i suoi gusti e a rivolgersi ad un prodotto che proponga esempi positivi e modelli educativi».
“Mare fuori”, l’intera serie, ha totalizzato una platea di 54 milioni di spettatori, di cui il 45% sotto i 25 anni. Crede che tutte queste produzioni possano gene- rare emulazione tra gli adolescenti?
«Tutto ciò che noi vediamo, tutto ciò che noi leggiamo, in parte determinano il nostro modo di essere e di pensare, nel bene e nel male: certe parole, certi atteggiamenti, certi modi di fare creano mentalità. Coloro che sono più esposti a questi messaggi violenti, a queste celebrazioni del male, sono soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti che non hanno ancora la capacità critica per prendere posizione di fronte a certi prodotti. L’aspetto quindi che prevale e che la cronaca ci racconta è l’emulazione».
Uno dei film di culto della cinematografia italiana di Giuseppe Tornatore, “Il camorrista”, si appresta a di ventare una serie tv. Narrerà, in 5 puntate, la storia di Raffaele Cutolo, un seminatore di morte, mai pentito, orgoglioso della sua vita. Sono prodotti che fanno arricchire chi li produce, con impatti non sempre certi sul pubblico.
Crede si ponga un problema di moralità delle case cinematografiche?
«Non c’è etica, non c’è morale che tenga, c’è solamente la finalità di fare cassa, senza nessuna forma di attenzione al pubblico, se non quella del profitto economico».
Taluni si ostinano ad affermare che da certe visioni si possano trarre esempi positivi. Crede sia possibile?
«Ma quali esempi positivi. I personaggi rappresentati nelle fiction e nei film vivono nelle periferie, e non solo quelle geografiche. Sono persone che vogliono e fanno solamente il male e lo scambiano per il bene».
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