
Sull’isola di Nisida, nel golfo flegreo, l’Istituto Penale per Minorenni di Napoli è diventato negli ultimi anni un laboratorio di sperimentazione per la rieducazione sociale. Alcuni esempi sono Nisida Coast to Coast, progetto che integra istruzione e formazione professionale, mirando a creare sbocchi lavorativi nel settore turistico e della valorizzazione dei Campi Flegrei e laboratori artigianali come NisidArte e Brooken Art. In questo panorama, c’è anche Zona Luce: un progetto che usa il calcio come strumento educativo. Promosso dal Settore Giovanile e Scolastico della FIGC con la Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes e sostenuto dalla UEFA Foundation for Children, è nato nel 2020 coinvolgendo gli istituti di Nisida, Casal del Marmo e Torino con un obiettivo ambizioso: offrire ai ragazzi un contesto strutturato in cui sviluppare regole, responsabilità e squadra.
Ne abbiamo parlato con Mario Del Verme, coordinatore per Scholas Occurrentes, che descrive l’efficacia di questo approccio con le parole dei ragazzi stessi. Uno aspetta ogni settimana il progetto, si veste bene, si prepara: per lui è «un vero appuntamento». Un altro racconta che il calcio, come l’arte, è l’espressione di un sentimento e che anche quando torna in stanza continua a pensarci. In un contesto segnato dalla sfiducia verso le istituzioni, la dimensione ludica abbassa le difese e aiuta a costruire fiducia. Il progetto offre anche una formazione certificata: il corso Grassroots Livello E rilascia un patentino da aiuto-allenatore. Del Verme ha specificato ai nostri microfoni che «un principio di Papa Francesco orienta il nostro lavoro: il tempo è superiore allo spazio, ovvero lavorare sul lungo periodo senza l’ossessione del risultato immediato».
Accanto allo sguardo dal campo, abbiamo intervistato anche Anna Greiner, dottoranda in Scienze dell’esercizio fisico e dello sport, impegnata nella ricerca partecipata nei contesti penitenziari minorili, che invita a decostruire alcune retoriche consolidate. Il rischio principale dei progetti in carcere è essere calati dall’alto da parte di istituzioni convinte di avere “la verità in tasca”, senza ascoltare i bisogni reali di chi ci vive. La metodologia partecipata ribalta questo schema: l’esperto del contesto è il ragazzo stesso, che deve intervenire nella discussione dell’intervento. Greiner invita poi a riflettere sulla natura dello sport, dato che «la sua struttura, basata sulla performance e sulla vittoria, può risultare a volte esclusiva».
A Nisida, però, una caratteristica semplifica il lavoro, grazie «agli allenatori che parlano lo stesso dialetto dei ragazzi, accorciando le distanze». Una condizione assente al Beccaria di Milano, altro complesso dove porta avanti la sua ricerca: qui l’80% della popolazione è arabofona e le ghettizzazioni etniche complicano la mediazione.
Le due prospettive divergono nell’approccio, ma convergono nel segnalare il punto debole: l’assenza di una rete esterna. In mancanza di alternative di vita reali, gli interventi rischiano di essere episodici: a Nisida si registrano molti casi di ragazzi che escono e rientrano. Il progetto funziona meglio fuori, nei percorsi di messa alla prova, dove esiste un raccordo reale con famiglie e società sportive. A questo si aggiungono carenze strutturali gravi: a fronte di circa ottanta giovani ospiti, la presenza psicologica si riduce a una sola professionista una volta a settimana. Gli educatori seguono anche venti ragazzi ciascuno, il cui ricambio è continuo.
Per quanto riguarda le aspettative, Del Verme auspica che lo sport entri stabilmente nei percorsi di recupero come ponte tra carcere e vita sociale, mentre Greiner evidenzia i grandi ostacoli, come il Decreto Caivano, che ha ridotto l’accesso alle misure alternative aumentando il sovraffollamento. Si tratta, secondo la studiosa, di un «problema culturale: sebbene le carceri rieducative forniscano numeri più efficaci, siamo molto lontani da questa visione». Di certo c’è che la giustizia minorile italiana si trova dinanzi ad una sfida, in cui il mondo dell’associazionismo sta mostrando un interesse e un’apertura maggiori delle istituzioni. Finché il carcere resterà una bolla invisibile e separata dalla società, anche il progetto più illuminato rischia di restare confinato dentro le mura.
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